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I consumatori italiani, segnala un'indagine del Politecnico di Milano, utilizzano Internet in fase di preacquisto ma poi tendono a comprare nei punti vendita fisici.
I consumatori italiani sono sempre più multimediali e anche le aziende, seppure con qualche incertezza di troppo, provano a inseguirli sperimentando canali alternativi a quelli tradizionali. È questo il quadro delineato dal secondo osservatorio sulla multicanalità organizzato dal Politecnico di Milano e da Nielsen. E fin qui, nulla di clamoroso o inatteso: la vera sorpresa che emerge dalla ricerca è che gli utenti italiani sembrano seguire un approccio molto particolare a proposito. L'85% dei navigatori (22 milioni di utenti unici a dicembre 2008 secondo Nielsen) considera infatti la Rete come lo strumento principale per cercare informazioni su prodotti e servizi, una percentuale in netta crescita rispetto al 74% registrato nel 2007. Il successo di Internet è facilmente spiegabile, se si considera che il 47% di tutto il campione si dichiara molto d'accordo con l'affermazione “i messaggi pubblicitari sono troppo numerosi”. Allo stesso tempo la crisi economica e il ridotto potere di spesa costringono gli utenti a scelte d'acquisto sempre più razionali. Ecco così che la Rete, che con i suoi motori di ricerca consente di raccogliere una marea di informazioni utili su un prodotto con un semplice click, diventa sempre più indispensabile in fase di preacquisto.
Le difficoltà dell'e-commerce
Ma gli italiani, una volta dopo aver individuato sul web quello che desiderano, sembrano preferire il tradizionale canale d'acquisto fisico ai negozi virtuali. Il 79% degli internauti ammette infatti di cercare informazioni dei prodotti su Internet ma di effettuare poi gli acquisti in un punto vendita reale. Un comportamento che contribuisce a non far decollare l'e-commerce in Italia, e che sicuramente ha diverse cause. Secondo la ricerca Nielsen la barriera più importante al commercio elettronico è ancora rappresentata dalla diffidenza verso i sistemi di pagamento on line. In realtà, se è vero che il 74% dei navigatori non si fida a usare la propria carta di credito su Internet, dalla stessa indagine emerge che il 69% non ha invece problemi a impiegare le ormai diffusissime ricaricabili (mentre il sistema Paypal non è preso in considerazione dalla ricerca). È probabile perciò che questo particolare comportamento degli italiani sia legato soprattutto alle variabili socio-culturali che caratterizzano il nostro paese (il basso tasso di occupazione nazionale, i ritmi di vita meno frenetici rispetto ad altri paesi occidentali, l'importanza dei piccoli centri, ecc), come era emerso in un recente convegno del Politecnico.
L'influenza del Web 2.0
Il mancato boom dell'e-commerce non comporta la perdita di importanza per il canale Web: al contrario, la ricerca sottolinea come il consumatore italiano sia molto influenzato da Internet e in particolare dal Web 2.0. Il 15% degli italiani (ma la percentuale è molto superiore tra i più tecnologizzati) dichiara di aver talvolta non comprato un prodotto dopo aver letto un giudizio negativo in Rete. Il dato è molto simile (14%) anche per chi ammette di aver acquistato dopo aver letto un commento positivo. Il potere della blogosfera è evidente anche da altri numeri: al 27% (in crescita del 5% rispetto al 2007) piace leggere su internet opinioni di altri consumatori su prodotti/servizi, e il 10% non disdegna di impegnarsi attivamente.
I ritardi delle aziende
I consumatori, insomma, tendono sempre di più a essere influenzati nei loro comportamenti d'acquisto da molteplici canali (oltre a quelli tradizionali come Tv e radio). Lo stesso però non si può dire del sistema dell'offerta, in quanto una buona parte delle imprese italiane - segnala l'Osservatorio - rimane prevalentemente legata a logiche tradizionali di interazione con i consumatori. In particolare, nella fase di ingaggio del cliente, le aziende ricorrono prevalentemente ai canali tradizionali (in particolar modo alla Tv). In questo contesto, Internet e i nuovi media rappresentano una quota residuale dell'investimento media, nonostante una crescita a due cifre rispetto al 2007 della pubblicità online e del mobile advertising. Queste difficoltà dal lato dell'offerta, ha segnalato Giuliano Noci del Politecnico di Milano, possono essere determinate anche dalla difficoltà di quantificare il valore aggiunto della multicanalità. « Anche se prendiamo un caso di successo come il lancio della Fiat 500 - ha spiegato Noci - è difficile dire se il buon andamento delle vendite dipenda più dalla bontà del prodotto o dal fatto che la campagna di marketing sia stata molto caratterizzata dall'uso dei canali alternativi (Internet, partecipazione degli utenti). Quel che si può sicuramente affermare è che con questa operazione ci sono stati dei vantaggi qualitativi e un ritorno da un punto di vista dell'immagine».
FONTE: b2b24.ilsole24ore
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Google ha rilasciato una versione Open Source di un nuovo tool: Sitemap Genereator. Il software può essere scaricato da Google Code e viene distribuito sia per sistemi Windows che Linux, e per quest’ultimo sia in versione 32bit che 64bit.
Il supporto viene curato con l’help group ufficiale del progetto oltre che con un Webmaster Help Forum più generico.
Un Sitemap Generator è uno strumento per i “webmaster” e gli “amministratori di un server Web” in grado di raccogliere informazioni su un sito Web da sottoporre poi ad un motore di ricerca per l’indicizzazione. In pratica, a partire da un sito Web viene costruito l’elenco delle URL delle pagine ospitate, specificando per ciascuna URL informazioni aggiuntive tra cui: ultima data di modifica, frequenza di aggiornamento, importanza.
Il risultato dell’analisi viene tipicamente confezionato in uno più file XML conformi alle specifiche del consorzio sitemaps.org.
Le novità presenti nel prodotto sono diverse. Le informazioni di indicizzazione vengono ottenute non solo analizzando il sito Web, ma anche il traffico del server e i file di log; in questo modo si ottengono statistiche di accesso più fedeli alla realtà.
Il generatore è in grado di riconoscere in automatico se una data pagina Web è stata modificata di recente. I file prodotti dall’operazione di indicizzazione possono essere sottoposti ad un qualsiasi “motore di ricerca”, ed è possibile produrre feeds specifici per i tre motori Google: Mobile, Code Search e Blog Search
FONTE: oneopensource
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Secondo una ricerca internazionale A.T. Kearney, le imprese si attendono un aumento dei ricavi del 4-7% nei prossimi anni grazie a un miglior utilizzo delle idee dei propri clienti.
Se il web 2.0 ha trasformato il mondo di Internet, grazie ai contenuti generati dagli utenti, anche il mondo dell'economia e dell'impresa è da anni attraversato da un fenomeno che ha rimesso in discussione le regole fondamentali del marketing. Stiamo parlando della customer energy, ovvero l'approccio partecipativo da parte dei clienti, che sono sempre più pronti a mettere a disposizione delle aziende le proprie idee ed energie per dar vita a nuovi prodotti e servizi.
Le potenzialità della customer energy
Una recente ricerca internazionale condotta dalla società di consulenza A.T. Kearney ha fatto il punto sulle dimensioni della customer energy. Lo studio, (che sarà presentato nel dettaglio in occasione del convegno "Come fare Brand 2.0. Guida al marketing interattivo e partecipativo sul Web") ha preso in esame un campione di circa 3000 società, di cui 1050 italiane. I risultati dimostrano come, nonostante un certo ritardo diffuso, le possibilità di sviluppo di questo fenomeno siano molto significative: l'80% delle aziende interpellate dichiara di non sapere nulla delle potenzialità dei clienti in termini di customer Energy. Oltre il 50% del campione non conosce quali siano i propri clienti “energetici” e quindi non ha neanche un canale adatto a ricevere suggerimenti e contributi, capace di trasformarli in qualcosa di concreto. D'altra parte, anche i consumatori hanno il medesimo problema: il 60% dei clienti non ha idea di come far pervenire i propri contributi alle società verso le quali prova interesse. Ma le aspettative delle aziende sullo sviluppo di questa ambito sono molto elevate: secondo il campione, da qui al 2015 il 16% dei loro ricavi sarà a rischio a causa di eventuali attività "ostili" dei consumatori oppure per l'insufficiente sfruttamento della customer energy. Se invece si riuscisse a sfruttare al meglio questo fenomeno i dirigenti si attendono un aumento dei ricavi almeno del 4-7% e un potenziale di riduzione costi almeno del 5-7%.
Buone prospettive per i beni di consumo
Attualmente, però, le società utilizzano solo in minima parte questa risorsa. L'area aziendale a maggior impatto, secondo il sondaggio, dovrebbe essere qualla della produzione e qualità (47%), seguita da ricerca e sviluppo (39%) e marketing (32%). I manager prevedono una crescente importanza della customer energy in tutti i settori. I più coinvolti dovrebbero essere i beni di consumo (in una scala di importanza da 1 a 6: 3,2 oggi - 4,8 nel 2010 - 5,7 nel 2015), i media (nello stesso intervallo di tempo si passerà dal 2,2 al 3,6 e al 4,4) e le telecomunicazioni (rispettivamente 2,1 poi 3,7, poi 4,7). Il comparto meno coinvolto dovrebbe essere quello delle utility (1,4 oggi - 2,3 nel 2010 - 3,4 nel 2015). La ricerca ha poi distinto i clienti in tre diverse categorie per quanto riguarda il loro apporto alla customer energy: innanzitutto i creator (11% del totale), ovvero chi ha idee nuove e parteciperebbe proattivamente. Poi ci sono i contributor (36%), cioè quelli che rispondono se opportunamente sollecitati. Infine la terza tipologia ricomprende i viewer (53%), ovvero coloro che si limitano a fruire dei servizi offerti ma osservano e sono influenzati dal comportamento degli altri clienti.
Il caso di Procter & Gamble
La ricerca internazionale effettuata di A.T. Kearney ha anche preso in esame i casi più interessanti di successo della customer energy. Nel mondo delle multinazionali del largo consumo, spicca il caso di Procter & Gamble, che dal 2000 sta utilizzando la collaborazione dei consumatori per la progettazione e il lancio di una quantità di nuovi prodotti compresa fra il 15 e il 35%. I consumatori sono chiamati non solo a dar consigli di taglio generale, ma anche su problemi di carattere tecnico e scientifico. I risultati sono stati così soddisfacenti che è stato possibile diminuire gli investimenti in ricerca e sviluppo dal 4,8% al 3,4% del fatturato, senza che questo avesse alcuna conseguenza negativa sul tasso di innovazione dell'azienda. Al contrario, la percentuale di successo delle innovazioni di Procter&Gamble risulta più che raddoppiata.
Il successo di Expedia
Un altro esempio di utilizzo vantaggioso della Customer Energy viene dal caso Expedia, il sito Internet dedicato alla prenotazione di servizi di viaggio a prezzi scontati. Per ogni albergo o casa in affitto proposti, Expedia riporta le impressioni dei clienti precedenti, chiamati a giudicare la struttura visitata e la qualità del servizio, facendo un vero e proprio racconto del loro viaggio e sintetizzando l'esperienza con un rating compreso fra uno e cinque. L'iniziativa è particolarmente efficace (il 70% dei clienti consulta la pagina dei commenti) perché sottoposta a controllo: possono partecipare solo i clienti che, prenotando con Expedia, hanno effettivamente alloggiato nell'albergo o nella casa recensiti, e rimane quindi esclusa l'auto pubblicità degli operatori turistici “travestiti” da clienti.
L'iniziativa della Barilla
Anche in Italia si possono individuare esempi postivi di customer energy. Per esempio, il marchio Mulino Bianco di Barilla ha rafforzato la sua relazione con i clienti coinvolgendoli nell'iniziativa "Un biscotto in cerca d'autore". Nel maggio 2008 è stata lanciata una campagna che invitava i consumatori a suggerire un nome adatto a dei biscotti che sarebbero stati lanciati di lì a poco. L'iniziativa era articolata in due fasi. Nella prima, aperta a tutti, l'azienda chiedeva a ognuno di registrarsi sul sito della Barilla per proporre un nome. La risposta del pubblico è stata positiva, tanto che sono arrivate ben ventunomila proposte di nomi. Da qui ne sono stati selezionati cinque, che sono stati poi sottoposti a una votazione finale dei consumatori.
FONTE: b2b24
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Arriverà a marzo il primo appuntamento italiano dedicato agli operatori del marketing, che illusterà alle Pmi i risultati che possono ottenere in termini di competitività Web Analytics.
Sviluppare una corretta strategia di marketing online può rappresentare una chiave fondamentale per il successo di qualsiasi impresa, Pmi comprese, e in particolar modo in un momento di crisi economica che richiede nuovi approcci al mercato.
In questo contesto, si terrà a marzo la prima edizione italiana di WAS 2009 (Web Analytics Strategies) l'evento pensato proprio per gli operatori del Marketing e della Comunicazione interessati ad approfondire la propria conoscenza degli strumenti che consentono di controllare e analizzare l'efficacia degli investimenti pubblicitari su Web.
L'appuntamento è per il 17 e 18 marzo 2009 al Crowne Plaza Hotel di Milano. Tra i vari esperti del settore è prevista anche la presenza di un'autorità nel campo della Web Analytics, Eric Peterson, CEO di Web Analystics Demystified e autore di spicco di testi specializzati.
Scopo dell'evento, far conoscere lo stato dell'arte della Web Analytics, anticiparne gli sviluppi futuri e approfondirne i temi emergenti oltre che di maggiore interesse e attualità.
Questo, per avvicinare le Pmi italiane alla cultura della misurabilità dei risultati e degli investimenti effettuati sui media digitali per essere competitive nel mercato globale.
Saranno dunque trattate le tematiche legate al Search Engine Measurement, al Brand Reputation, all'E-mail Marketing Measurement, al Mobile Marketing & Analytics e al Social & Video Analytics.
FONTE; pmi
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Aggiunte al servizio SearchWiki due nuove opzioni per personalizzare i risultati: Preferred Sites e Subscribed Links
Si chiama Preferred Sites la nuova funzionalità che Google ha aggiunto al servizio SearchWiki del suo motore di ricerca per consentire di creare una lista di siti affidabili e considerati autorevoli. In tal modo ad ogni query i risultati provenienti da tali siti verranno posizionati in testa al motore di ricerca. A Preferred Sites è stata affiancata anche la modalità Subscribed Links, che simile nel meccanismo presenta però i risultati in base a una serie di categorie e argomenti.
SearchWiki è stato lanciato a novembre per gli utenti che scelgono la lingua inglese, permettendo a chi si registra e autentica di riordinare, cancellare e aggiungere commenti. Gli utenti con SearchWiki possono anche aggiungere commenti a ciascun sito, che compariranno ogni volta che quel sito entrerà nei risultati. Ad esempio cercando dei siti di automobili, si potrà aggiungere un commento al sito, in modo tale da ricordarsi che contiene molte informazioni interessanti su, ad esempio, auto ibride. I commenti vengono sempre condivisi con altri utenti e firmati con lo username di una persona. I risultati delle ricerche riordinati, tuttavia, vengono visti solo dalla persona registrata e non influisce sui risultati degli altri. Gli utenti possono ulteriormente personalizzare i risultati digitando l'URL (Uniform Resource Locator) del sito che vogliono aggiungere ai risultati di una data ricerca o spostare un sito in cima alla lista dei risultati della ricerca.
Con le nuove opzioni Preferred Sites e Subscribed Links queste funzionalità sono quindi state estese ulteriormente e potrebbero aprire ad ulteriori opzioni per tutti gli utenti del motore di ricerca.
FONTE: ComputerWorldItalia
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Il primo cellulare con "a bordo" Android, il G1 di Htc del quale qui abbiamo parlato approfonditamente, arriverà il 30 gennaio in Olanda, Repubblica Ceca e Austria. Ecco a seguire un Ansa dettagliata.
Dopo il lancio in ottobre in Gran Bretagna e Stati Uniti, G1, il telefonino di HTC basato su sistema operativo Android di Google, si prepara a sbarcare in diversi Paesi europei sotto il marchio T-Mobile. Secondo quanto annunciato dall'unità wireless dell'operatore tedesco Deutsche Telekom, il G1 sarà nei negozi olandesi, cechi e austriaci il 30 gennaio, mentre sarà venduto in Germania dal 2 febbraio e arriverà anche in Polonia all'inizio di marzo.
Per ora il prodotto è venduto negli Stati Uniti a 179 dollari con un contratto di 24 mesi, e secondo quanto comunicato da T-Mobile Usa a fine 2008 ne erano stati vendute circa 400 mila unità. In Germania invece lo smartphone sarà venduto a un euro, su sottoscrizione di un abbonamento di due anni con T-Mobile.
Prodotto dalla taiwanese HTC, il G1-phone funziona su sistema operativo Android, ha schermo touch screen, ma anche una tastiera simile a quella di un pc, connettività Wi-Fi e le applicazioni di Google più diffuse, come la posta elettronica,il motore di ricerca e le mappe. Android è stato lanciato da Google nel novembre 2007, con la promessa di semplificare e velocizzare Internet anche sui cellulari, ed è uno dei maggiori rivali dell'iPhone di Apple.
FONTE: vitadigitale
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Sono 47 milioni i telefoni cellulari attivi in Italia, contro i 27 milioni di utenti Internet. E, quel che più conta, il telefonino è sempre ben saldo nelle tasche o nelle borsette degli italiani. Basta solo questo dato per comprendere come il cellulare sia il mezzo più efficace a disposizione delle aziende per raggiungere clienti acquisiti e potenziali. Sebbene quest'anno siano stati quasi un miliardo gli sms inviati dalle aziende per un giro d'affari complessivo di 67 milioni di euro, in crescita del 26% sul 2007, l'utilizzo del Mobile per attività di marketing e per i servizi è ancora in piena fase di crescita (si stima un +30/40% nel prossimo triennio, grazie alla diffusione di smartphone e Pda), con alcune forti criticità da superare.
L'Osservatorio Mobile Marketing & Service della School of Management del Politecnico di Milano giunto alla seconda edizione, ha infatti evidenziato come esistano significativi divari tra i diversi settori nell'utilizzo di strumenti di Mobile Marketing, con gradi di consapevolezza variabili tra utilizzo strategico e tattico-operativo. "L'adozione di un approccio strategico al canale Mobile - sottolinea il rapporto - presuppone di considerarlo come un possibile strumento per seguire il cliente lungo tutto il ciclo della relazione con l'azienda, come un media utilizzato in maniera continuativa e come parte integrante di una strategia di marketing e di gestione della relazione con il cliente, complessiva e multicanale”.
L'Osservatorio opera una netta distinzione tra Mobile Marketing, quelle attività a supporto delle fasi pre-vendita per stimolare il processo di acquisto - a loro volta suddivise in advertising, comunicazione pura e promotion (comunicazione, cioè, legata a un premio o a un vantaggio) - e Mobile Service, quei servizi volti a creare o mantenere la relazione con il cliente nelle fasi di pre-vendita, vendita e post-vendita.
Sul fronte del marketing si cominciano a sperimentare soluzioni - come i banner, gli applicativi brandizzati da scaricare in locale, il download di contenuti attraverso il bluetooth - diverse dal tradizionale invio di sms, che resta comunque l'intervento più diffuso, ma nel quale si comincia a sviluppare una maggiore profilazione del target. Si segnala però una mancanza di cultura e di conoscenza approfondita delle potenzialità del mezzo (il 64% di un campione di direttori marketing dichiara di non avere mai utilizzato il Mobile per campagne pubblicitarie e il 58% di questi afferma che non lo utilizzerà in futuro) e delle diverse soluzioni di advertising e promotion, anche se, dai casi analizzati, cominciano a definirsi in maniera evidente i benefici per le aziende, dal miglioramento dei processi di acquisizione e fidelizzazione dei clienti, alla riduzione dei costi, all'aumento delle occasioni di contatto tra brand e consumatori.
Più articolato è il livello di adozione del Mobile Service nei diversi settori in funzione della diffusione delle applicazioni e dello sfruttamento dei benefici. Così editoria, finanza etrasporto merci appaiono come quelli più avanzati, nei quali a un elevato livello di diffusione fa riscontro un alto valore generato per le imprese che hanno sviluppato applicazioni specifiche. Sanità, associazioni, entertainment e largo consumo si trovano “in mezzo al guado” a causa della scarsa diffusione pur in presenza di notevoli benefici, mentre “precipitosi” sono i settori come il trasporto persone e le PA locali, che hanno sviluppato soluzioni senza sfruttarne completamente i benefici.
Bloccati “al palo” appaiono invece i settori come turismo, GDO, retail e ho.re.ca. che hanno adottato in misura limitata il canale Mobile, nonostante i potenziali benefici ottenibili.
Per la GDO in particolare le ragioni sono di due tipi, annota l'Osservatorio. «Da un lato riscontriamo una bassa priorità di queste applicazioni dovuta a una difficoltà nel valorizzare i benefici apportati dalle applicazioni Mobile (come i servizi legati alle carte fedeltà). Dall'altro, per alcune tipologie di applicazioni, come il pagamento di prossimità, mancano ancora soluzioni di filiera e di mercato che possano consentire una diffusione al di là della sperimentazione».
A ciò si aggiunge, in maniera generalizzata, la mancanza di percezione dei benefici concreti che tali applicazioni possono apportare ai processi in termini di risparmio dei costi, miglioramento dell'immagine aziendale, aumento dei ricavi e maggiore efficienza dei processi, come dimostrano le best practice analizzate dall'Osservatorio nei diversi settori.
FONTE: tendenzeonline
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Diversamente dal B2C, la comunicazione e il marketing B2B rispondono a regole "razionali" e a più strette logiche di mercato. Ecco i consigli da tenere a mente e gli errori da evitare
Tutte le aziende che operano sul Web o che vi si appoggiano come strumento operativo complementare, prima o poi si trovano a dover fronteggiare gli aspetti della comunicazione periodica alla clientela oppure a dover sviluppare o consigliare applicativi adatti alle esigenze di una Pmi che voglia puntare alla rete come canale di contatto interattivo con clienti, fornitori o partner.
Tuttavia, è necessario distinguere tra le forme di comunicazione aziendale pensate per clienti "consumer" e quelle pensate per rivolgersi ad una clientela industriale di cui si è magari fornitori, il cosiddetto cliente business. La due forme di comunicazione sono completamente differenti, per quanto si assista una certa tendenza alla convergenza negli ultimi anni. Aggiungerei "per fortuna", visto che la comunicazione in ambito B2B (business to business) è da sempre quella più limitante per coloro che possiedono il vero talento comunicativo.
Il marketing B2B si fonda su regole "filosofiche", cognitive, psicologiche e strategiche piuttosto differenti dal marketing B2C (business to consumer). Il primo punto che differenzia i due stili di marketing è il processo di acquisto.
Il consumatore che appartiene alla massa dei destinatari della comunicazione B2C, ha come "drive", come motore il cosiddetto "impulso emotivo": l'impatto, la persuasione effettuata o subita da parte dalle logiche di brand delle varie campagne promozionali dalle quali è bombardato o attirato. Il consumatore compra una borsa firmata da un certo stilista non perché ha bisogno di un contenitore per i suoi effetti personali di uso quotidiano ma perché vuole distinguersi e classificarsi in qualche maniera attraverso l'oggetto firmato. Il consumatore, per quanto evoluto possa essere, basa la prorpia scelta su valori intangibili legati agli status, alla rappresentazione di se stessi e a ciò che il bene comprato porta con sé in termini di valorizzazione di chi lo compra. Anche se sembra una definizione molto accademica, in realtà si traduce in modo molto semplice. io compro ciò che mi fa sentire e apparire in modo migliore, mi fa sentire parte di qualcosa o appaga qualche mio bisogno di gratificazione. Ovviamente è una generalizzazione ma se ben ci pensate ci sono fior di marche (i brand) che hanno costruito la propria fortuna in termini di fatturato grazie a un attento posizionamento dei prodotti e alla comunicazione loro inerente.
Nel B2B l'acquisto è un processo razionale che, nella maggior parte dei casi, coinvolge più funzioni dell'azienda come l'ufficio acquisti, l'amministrazione, l'ufficio legale, la direzione e, magari, anche i tecnici. Inutile tentare di motivare un'ufficio acquisti di un'azienda con argomentazioni di carattere emozionale: l'ufficio acquisti ha come unica missione fondamentale riuscire a strappare le condizioni migliori (prezzo, modalità di pagamento, quantità, consegna, ecc.). L'amministrazione nemmeno a parlarne. I tecnici, poi, sono solo interessati alla funzionalità e all'efficacia di processo o prodotto.
La metodologia di vendita è basata su processi relazionali a volte molto complessi per cui un venditore riesce ad "entrare” in un'azienda dopo un lungo periodo di attesa fuori dalla porta, di tentati appuntamenti o mailing estenuanti. E magari dopo essere entrato non è nemmeno detto che "concluda”, indipendentemente dalla qualità della sua offerta.
È anche per questo che dobbiamo riflettere su un'ulteriore differenza tra B2C e B2B: il numero dei clienti e la qualità delle relazioni che vengono a crearsi con loro. Nel B2C abbiamo generalmente un rapporto relazionale di "uno a molti"; un'azienda che produce per il consumatore finale ha tendenzialmente migliaia se non milioni di clienti. Un'azienda che invece lavora per altre realtà aziendali o industriali ha, tendenzialmente, centinaia o al massimo migliaia di clienti: il rapporto quantitativo determina quindi una diversa qualità di relazione con la clientela.
E' quindi vero che il consumatore finale è, di norma, un cliente tendenzialmente portato all'infedeltà nei confronti del prodotto. Può cambiarlo in qualsiasi momento a seconda delle tendenze, delle esigenze del momento o addirittura dell'umore. Il cliente industriale è invece un cliente normalmente più fedele, con il quale si tende a stabilire una relazione fiduciaria più profonda e prolungata nel tempo. Ecco perché nel B2B abbiamo l'obbligo di coltivare le relazioni con la clientela, relazioni che vanno gestite in maniera personalizzata e più possibile interattiva. In questo senso diventa estremamente importante un vero e proprio impianto di Relazioni Pubbliche per garantire continuità di qualità sul fronte del contatto con il cliente.
E poi c'è la comunicazione. Ecco le regole d'oro del B2B che dovete sempre tener presente quando vendete un servizio ad un'azienda che lavora per altre realtà aziendali o industriali.
1. Siate fortemente razionali e informativi. Toglietevi dalla testa grandi slogan a effetto se non siete in grado di argomentare con grande chiarezza e dovizia di dettagli tecnici pregi e vantaggi della vostra offerta. Gli slogan vanno bene - anzi è comunque fondamentale fornire un buon "pay off" - perché chi vi legge è comunque una persona e non solo una funzione aziendale. Ma è importantissimo che lo slogan sia supportato da contenuti reali e non solo da "poesia della vendita", che funzionava a malapena negli anni '80.
2. Dovete essere selettivi e in target. Il cliente B2B non ha tempo da perdere quindi non fategli pentire di essersi iscritto al vostro servizio di newsletter o alla vostra rete di contenuti. Se non avete nulla da dire non scrivete. Nessuna parola è meglio che una parola fuori posto. Avete a che fare con clienti che possono essere anche molto diretti nel dirvi che cosa non va nel vostro servizio quindi ricordate sempre che dovete comunicare solo ed esclusivamente se avete qualcosa da dire e da offrire.
3. Dovete creare fiducia. Se siete riusciti ad acquisire un cliente importante cercate di tenervelo stretto e, per farlo, assicuratevi di comunicare le promesse giuste e di comunicare di averle mantenute. Non funziona come in campagna elettorale... se non mantenete le promesse perdete il cliente.
4. Fate offerte chiare e in grado di stimolare la domanda. Proponete servizi, attività, progetti, soluzioni, linee di prodotto e non idee o filosofie. Cercate di essere più concreti possibile: la pragmatica è all'ordine del giorno in un'azienda, se uscite da quei binari potete risultare affascinanti ma sicuramente per quanto riguarda la fornitura di quel certo prodotto o servizio il vostro cliente, alla lunga, chiederà ad un vostro concorrente.
5. Costruitevi una duratura reputazione. La cosiddetta company reputation è uno degli elementi determinanti della marca nel B2B. Un fornitore affidabile e puntuale, capace di rispettare le scadenze e generare un flusso ragionevolmente basso di resi e che dà sicurezza per la sua stabilità e solvibilità è quel tipo di fornitore che non vorremmo mai perdere. Se in più si tratta anche di una persona con la quale è piacevole dialogare, che si dimostra essere una persona corretta e di valore, allora non abbiamo trovato solo un fornitore ma molto di più. Quando fate comunicazione in questo settore assicuratevi di poter disporre di questo bene intangibile (ma misurabile) e usatelo a vostro vantaggio.
Ma se è vero che la comunicazione nel B2B è fatta da tutti questi elementi fortemente razionali non dobbiamo mai dimenticare che le aziende sono sempre e comunque fatte da persone che vengono colpite dal vostro "tocco in più” che è spesso quello che fa la differenza.
Gli errori più comuni nella comunicazione B2B sono infatti quello di cadere nell'eccessiva razionalizzazione dei contenuti come, per esempio: trasmettere dati nudi e crudi, in maniera fredda e impersonale (non basta inviare un grafico Excel per comunicare dei risultati); scrivere circolari anziché comunicare (le circolari appartengono al primo dopo guerra... grazie al cielo la scienza della comunicazione è andata avanti); dimenticarsi che i "fronzoli" piacciono anche ai capitani d'industria; sottovalutare il potere di un'immagine, che a volte comunica più di mille parole.
In sintesi, siate precisi, concisi, selettivi e sicuramente informativi ma non dimenticatevi quel pizzico di attrattiva che serve in qualsiasi ambiente. Diversamente, risulterete esaurienti ma noiosi, chiari ma privi di comunicativa, efficaci ma incapaci di stimolare la domanda. Non avevamo mai detto che fosse facile...!
Fonte: www.pmi.it
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La rete Internet si è ormai definitivamente affermata come strumento essenziale per il commercio a livello globale e come straordinario mezzo di diffusione delle comunicazioni commerciali e pubblicitarie.
Le più recenti ricerche (1) mostrano un continuo trend di sviluppo del fenomeno pubblicitario online, tanto che nel 2008 si attende una crescita del 40% rispetto allo scorso anno, con un giro di affari destinato a toccare in Italia la cifra record di 1 miliardo di euro.
In particolare si prevede che il 7% dell'intero budget pubblicitario sia destinato ad essere investito in rete, mentre nel 2010 tale quota sarà attesa nell'ordine del 10%.
Rispetto a quella tradizionale, la pubblicità online offre degli innegabili vantaggi, soprattutto in termini di flessibilità e dinamicità.
Essa sfrutta alcuni fattori insiti nelle caratteristiche del mezzo utilizzato che contribuiscono al suo successo, catalizzando l'attenzione degli investitori:
la natura “aperta” della rete che prescinde da qualsiasi concetto di confine geografico
la misurabilità, intesa come la possibilità di valutare il gradimento del pubblico verso i singoli messaggi e di tracciarne il percorso
le potenzialità tecnologiche del mezzo che consentono di collegare il momento della comunicazione a quello dell'eventuale acquisto del prodotto attraverso una relazione di quasi immediatezza
l'affermarsi del web 2.0 che sta rivoluzionando i modelli di business in rete garantendo nello stesso tempo agli utenti la possibilità di diventare parte attiva di un processo di continua ricerca e selezione delle informazioni, piuttosto che subire passivamente queste ultime
Dinanzi alle prospettive del mercato dell'advertising online non bisogna però dimenticare le esigenze di tutela degli utenti, in particolare se consumatori, nei confronti di possibili abusi e scorrettezze e, parallelamente, quelle di certezza e chiarezza normativa delle aziende disposte ad investire nel settore.
Questo contributo è dedicato all'analisi dei principali aspetti giuridici relativi al fenomeno pubblicitario online, in particolare per ciò che riguarda i requisiti di liceità e correttezza richiesti dalla legge, anche con riferimento alle pratiche commerciali, ed i rimedi attraverso i quali si realizzano le forme di tutela pubblicistica.
Quadro normativo nazionale e comunitario
Allo stato attuale, dopo gli ultimi interventi legislativi del 2007, la pubblicità, compresa quella ingannevole e comparativa e sotto forma di pratiche commerciali sleali, risulta regolamentata dalle seguenti fonti:
decreto legislativo 2 agosto 2007, n. 145: attuazione dell'articolo 14 della direttiva 2005/29/CE sulla pubblicità ingannevole e comparativa
decreto legislativo 2 agosto 2007, n. 146: attuazione della direttiva 2005/29/CE sulle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno
decreto legislativo 206/2005 (Codice del consumo): articoli da 18 a 27 così come modificati dal D.Lgs. 146/2007
legge 10 ottobre 1990, n. 287 istitutiva dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato
delibere AGCM del 15 novembre 2007, n. 17589/17590: regolamenti sulle procedure istruttorie in materia di pratiche commerciali scorrette e di pubblicità ingannevole e comparativa illecita (Gazzetta Ufficiale del 5 dicembre 2007, n. 283)
A livello comunitario invece il quadro normativo generale si compone delle seguenti direttive:
2006/114/CE concernente la pubblicità ingannevole e comparativa
2005/29/CE sulle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno
1997/55/CE sulla pubblicità comparativa
E' opportuno sottolineare che la precedente direttiva 84/450/CE sulla pubblicità ingannevole, così come modificata dalla direttiva 2005/29/CE, è stata successivamente abrogata dalla direttiva 2006/114/CE che ha riunito, perciò, in un unico atto tutte le modifiche succedutesi nel tempo.
Il concetto di pubblicità e la problematica della legge applicabile
Partendo dalla definizione originaria contenuta nel d.lgs. 74/92, ed ora integralmente riproposta nell'articolo 2, comma 1, lett. a) del d.lgs. 145/2007, si può evincere che il concetto di pubblicità è molto ampio (2) e, soprattutto, disgiunto dal mezzo attraverso il quale essa viene diffusa, essendo rilevante soltanto il collegamento funzionale con l'esercizio di una attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale e lo scopo perseguito, vale a dire la promozione:
della vendita di beni mobili od immobili
della costituzione o del trasferimento di diritti sugli stessi beni
della prestazione di opere o servizi
Ciò consente di risolvere positivamente una prima questione legata alla possibilità di attribuire natura pubblicitaria anche alle comunicazioni promozionali diffuse attraverso Internet che rimangono, pertanto, assoggettate alla disciplina citata, purché soddisfino i requisiti previsti ed a condizione che, nelle fasi della loro predisposizione e diffusione, risultino coinvolti operatori italiani.
Vista però la natura globale della rete non si può escludere che, al di fuori di questi casi, nel circuito pubblicitario destinato al mercato italiano vengano coinvolti anche operatori stranieri, ponendosi con ciò il problema di verificare quale sia la legge applicabile a questo tipo di rapporti, considerate le inevitabili differenze che possono sussistere tra le varie legislazioni nazionali, nonostante tutti i tentativi di armonizzazione compiuti a livello europeo (3).
Da questo punto di vista la soluzione naturale sarebbe quella di richiamare i meccanismi del diritto privato internazionale (Convenzione di Roma del 1980), lasciando alle parti i limiti e gli oneri relativi alla scelta della legge da cui si intende far regolare un determinato rapporto.
Tuttavia è proprio l'assenza di una tale scelta quella che ingenera le principali difficoltà poiché il richiamo al criterio suppletivo della legge dello stato con il quale il contratto presenta il collegamento più stretto e, quindi, della legge della parte che deve fornire la prestazione caratteristica, implica la necessità di identificare quale sia il luogo in cui tale prestazione debba essere elaborata od eseguita, cosa non agevole viste le caratteristiche del mezzo utilizzato.
Liceità e riconoscibilità della pubblicità e tutela dei professionisti
Il d.lgs. 145/2007, attuando l'articolo 14 della direttiva 2005/29/CE, detta le disposizioni per la tutela dei professionisti dalla pubblicità ingannevole e dalle sue conseguenze sleali e stabilisce le condizioni di liceità della pubblicità comparativa (art. 1, comma 1).
L'ambito di operatività della tutela è circoscritto ai soli operatori economici professionali che, in virtù della definizione contenuta nell'art. 2, comma 1, lett. c), possono individuarsi nelle persone fisiche o giuridiche che agiscono nell'ambito della loro attività commerciale, industriale, artigianale o professionale ed in coloro che agiscono in nome e per conto di un professionista (agenti o rappresentanti).
Concordemente (4) si ritiene che la tutela si estenda anche a quelle entità che, pur non essendo persone fisiche o giuridiche, siano comunque dedite all'esercizio di una attività di impresa (ad es. le società di persone).
L'art. 1, comma 2, ribadisce il concetto secondo cui la pubblicità deve essere palese, veritiera e corretta: sul primo requisito insiste poi la disposizione dell'articolo 5, intitolato alla trasparenza, intesa come la condizione per cui la natura pubblicitaria di un messaggio deve essere resa chiaramente riconoscibile attraverso l'uso di modalità di presentazione appropriate.
In alcuni casi il principio della riconoscibilità può suscitare dei dubbi sulla liceità formale dei messaggi pubblicitari online, a causa delle particolari modalità con le quali essi sono a volte diffusi.
Si pensi, a tale proposito, ai cd. banner, oggetti grafici di dimensioni variabili spesso inseriti nelle pagine web con finalità di promozione di prodotti o servizi: non è raro imbattersi in elementi di questo tipo che non risultano evidenziati come tali, ponendo dei problemi soprattutto quando le loro caratteristiche sono tali da generare confusione con il contesto nel quale risultano presenti.
Considerazioni analoghe possono poi essere formulate anche con riferimento ad altre modalità di comunicazione pubblicitaria online (sister windows, interstitial, ecc...) (5).
La pubblicità ingannevole
Contraria ai requisiti di liceità appena citati è, prima di tutto, la pubblicità ingannevole, la cui definizione si rinviene nell'art. 2, comma 1, lett. b).
Da una prima interpretazione della norma si può trarre conferma del fatto che il carattere ingannevole deriva dall'attitudine del messaggio a trarre in errore i soggetti ai quali è destinato o che riesce, comunque, a raggiungere, essendo indifferente che l'induzione si verifichi a causa del suo contenuto oppure delle specifiche modalità di presentazione.
Da questo presupposto deve, inoltre, scaturire un potenziale pregiudizio del comportamento economico dei soggetti oppure, a causa di quest'ultimo, l'idoneità a ledere un concorrente.
Ciò che rileva, pertanto, non è tanto il danno in sé e per sé quanto, piuttosto, il pericolo di una compromissione del processo decisionale dei soggetti, tale da riflettersi in una scelta rilevante sotto il profilo economico, oppure di una alterazione dei normali rapporti di competizione del mercato a svantaggio di un concorrente.
Secondo l'art. 3 la valutazione del carattere ingannevole non può prescindere dalla considerazione di tutti gli elementi costitutivi del messaggio, in particolare per ciò che riguarda:
le caratteristiche dei beni o servizi
il prezzo ed i criteri con i quali esso sia calcolato
le qualifiche ed i diritti dell'operatore pubblicitario
Non dimentichiamo, infine, che il combinato disposto degli art. 6 e 7 prevede una particolare forma di tutela nei confronti della pubblicità di prodotti pericolosi per la salute e la sicurezza dei soggetti e per i bambini e gli adolescenti.
Con riferimento ai primi, il carattere ingannevole viene ravvisato nella omissione di una idonea informativa circa il potenziale pericolo, quando ciò possa indurre i soggetti a trascurare le normali regole di prudenza e di vigilanza, mentre nel secondo caso occorre distinguere:
se la pubblicità è diretta a bambini ed adolescenti è necessario che vi sia un abuso della loro naturale credulità o mancanza di esperienza oppure una minaccia, anche indiretta, per la loro sicurezza
se la pubblicità coinvolge bambini od adolescenti deve esserci un abuso dei sentimenti che gli adulti provano naturalmente nei confronti dei più giovani
L'esigenza di garantire a questi soggetti una tutela rafforzata dovrebbe valere, a maggior ragione, per le forme di promozione veicolate sulla rete, dove le caratteristiche di estrema dinamicità e di sviluppo del mezzo possono rendere molto più problematica e difficoltosa l'individuazione dei contenuti privi dei requisiti richiesti, rispetto a quanto accade invece con i media più tradizionali quali televisione e giornali.
La pubblicità comparativa
Sin dal d.lgs. 67/2000, emanato in attuazione della direttiva 97/55/CE, nel nostro ordinamento giuridico è ammessa la pubblicità comparativa, la cui nozione viene riproposta nell'art. 2, comma 1, lett. d) del d.lgs. 145/2007.
Anche tale forma di comunicazione, la cui peculiarità è insita in un raffronto tra le caratteristiche di due o più prodotti o servizi di imprese concorrenti, soggiace ad alcuni requisiti di liceità che vengono definiti dall'art. 4.
In pratica l'ammissibilità è subordinata all'assenza di carattere ingannevole e sleale ed alla circostanza che la comparazione sia relativa a beni o servizi che soddisfano gli stessi bisogni ed avvenga in modo oggettivo, tenendo in considerazione caratteristiche essenziali e verificabili.
Su quest'ultimo punto il comma 2 della norma citata ritiene che la verificabilità sia soddisfatta quando i dati concernenti la caratteristica comparata ne permettono una dimostrazione.
Il successivo comma 3 si occupa invece del caso in cui il raffronto sia relativo ad un offerta speciale imponendo di indicare chiaramente il termine finale o iniziale e le altre condizioni di applicabilità.
Le pratiche commerciali sleali
Il decreto legislativo 146/2007, attuando la direttiva 2005/29/CE, ha modificato gli articoli da 18 a 27 del d.lgs. 206/2005 (Codice del consumo) introducendo nel nostro ordinamento giuridico una nuova disciplina per le pratiche commerciali sleali.
L'ambito di applicazione delle norme è circoscritto alle pratiche che intercorrono tra imprese o professionisti, compreso chi agisce in nome e per conto di questi ultimi, e consumatori, prima, durante e dopo un operazione commerciale avente ad oggetto un prodotto.
La possibilità di ritenere la normativa applicabile anche nei confronti delle forme di pubblicità online scaturisce dal concetto stesso di pratica commerciale che, identificandosi in ogni attività relativa alla promozione, vendita o fornitura di prodotti, è così ampio da ricomprendere “qualsiasi azione, omissione, condotta o dichiarazione, comunicazione commerciale ivi compresa la pubblicità [...] ” ( art. 18, comma 1, lett. d).
Dopo aver ribadito, al comma 1, il divieto di pratiche scorrette l'art. 20, comma 2, individua le caratteristiche di scorrettezza di una pratica nella:
contrarietà alla diligenza professionale
falsità od idoneità a falsare, in modo apprezzabile, il comportamento economico di un soggetto - consumatore o membro medio di un gruppo - in relazione al prodotto.
La condizione veramente essenziale è che vi sia una chiara alterazione della capacità decisionale dei soggetti tutelati tale da spingerli, anche a livello soltanto potenziale, verso una decisione di natura commerciale che, diversamente, non sarebbe stata presa in considerazione (art. 18, comma 1, lett. e).
Più specificamente le scelte che assumono rilevanza, secondo l'art. 18, comma 1, lett. m), sono quelle che producono, quale risultato, una azione od omissione del consumatore relativamente a:
acquisto del prodotto
modalità e condizione dell'acquisto
pagamento integrale o parziale del prezzo
conservazione o restituzione del prodotto
esercizio di un diritto derivante dal contratto
Resta comunque esclusa dall'ambito normativo la cd. “pubblicità iperbolica”, cioè la prassi comune consistente in dichiarazioni esagerate o che non sono destinate ad essere prese alla lettera (art. 20, comma 3).
Tra le pratiche commerciali sleali occorre, innanzitutto, distinguere quelle ingannevoli, a loro volta distinte in azioni ed omissioni, e quelle aggressive.
A queste vanno aggiunte quelle previste dagli art. 23 e 26 considerate, rispettivamente, ingannevoli ed aggressive in ogni caso, a prescindere, quindi, da qualsiasi valutazione specifica.
In particolare nell'ambito delle prime sono comprese diverse tipologie di condotta consistenti nel fare affermazioni contrarie al vero che, evidentemente, ben si prestano, per la loro stessa natura, ad essere incluse in messaggi di natura pubblicitaria.
Le azioni ingannevoli
L'art. 21 del d.lgs. 206/2005 qualifica come sleali le azioni in due ipotesi specifiche: in un primo caso, di cui al comma 1, occorre che il carattere non veritiero della comunicazione o le modalità di presentazione della stessa siano tali da cagionare un errore relativo ad uno o più degli elementi previsti (ad es. esistenza, natura, caratteristica del prodotto, prezzo, diritti del consumatore, ecc...); in altra ipotesi invece, ai sensi del comma 2, la pratica deve produrre come conseguenza:
la commercializzazione di un prodotto o una pubblicità comparativa illecita che provoca confusione con i prodotti o con i segni distintivi di un concorrente
il mancato rispetto da parte di un professionista dei codici di condotta che egli abbia indicato come vincolanti
A queste si aggiungono inoltre le disposizioni del comma 3 e 4, concernenti i prodotti pericolosi per la salute e la sicurezza dei consumatori ed i bambini e gli adolescenti, che richiamano, in buona parte, quanto già detto a proposito della pubblicità ingannevole.
Le omissioni ingannevoli
Il successivo art. 22 prevede invece alcune fattispecie di natura omissiva, come:
l'omissione di informazioni rilevanti, di cui lo stesso consumatore abbisogna per poter assumere una decisione consapevole (comma 1)
l'occultamento di informazioni rilevanti o la loro presentazione in modo oscuro, incomprensibile, ambiguo od intempestivo, oppure la mancata indicazione del carattere commerciale di una pratica, sempre che questi elementi non siano evidenti in relazione al contesto (comma 2)
Il successivo comma 4, concernente l'ipotesi in cui vi sia un invito all'acquisto, attribuisce carattere di rilevanza ad alcune informazioni specifiche mentre, in tutti gli altri casi, si ritengono comunque rilevanti gli obblighi di informazione previsti dal diritto comunitario connessi alle comunicazioni commerciali, compresa la pubblicità o la commercializzazione del prodotto (art. 20, comma 5).
Ne deriva, perciò, che l'omissione riguardante le informazioni richieste dall'art. 8 del d.lgs. 70/2003, in materia di comunicazioni commerciali, ben può atteggiarsi ad omissione ingannevole nel senso appena precisato.
Una tale previsione, se considerata isolatamente, renderebbe praticamente illecite diverse forme di comunicazione pubblicitaria online (6): per questo motivo il comma 3 stabilisce che, se il mezzo utilizzato comporta delle restrizioni, sia spaziali che temporali, per valutare la ricorrenza di una omissione è necessario prendere in esame tali restrizioni ed ogni altra misura adottata per rendere le informazioni comunque disponibili ai consumatori.
Quindi nella valutazione finale non sarà possibile prescindere dalle caratteristiche intrinseche dello strumento utilizzato e neanche dallo sforzo compiuto dal professionista per far sì che i consumatori abbiano comunque accesso alle informazioni realmente necessarie.
Le pratiche commerciali aggressive
Ancor più penalizzanti sembrano essere le pratiche cd. aggressive, cioè quelle che limitano o sono idonee a limitare, considerevolmente, la libertà di scelta o di comportamento del consumatore medio, mediante molestie, coercizione, compreso il ricorso alla forza fisica o ad un indebito condizionamento (art. 24, comma 1).
Tuttavia, date le loro caratteristiche coercitive, è improbabile che tali pratiche possano delinearsi con riferimento alle tradizionali forme di pubblicità e di marketing online, perlomeno nel caso in cui queste siano diffuse mediante un sito od una altra risorsa web analoga come, ad esempio, un weblog.
In queste ipotesi, infatti, l'aspetto coercitivo appare di difficile realizzazione visto che l'utente dovrebbe conservare la libertà di decidere se accettare o meno un determinato contesto pubblicitario, anche attraverso l'esercizio di una scelta negativa (ad es. non visitare più quella determinata risorsa).
Qualche dubbio può però nascere, sotto il profilo delle molestie, in relazione a talune ipotesi: si pensi, ad esempio, al caso di un sito web in cui la pubblicità di prodotti sia visualizzata con tecniche talmente aggressive ed invadenti da potersi ritenere moleste, inducendo quella indebita compressione della libertà di scelta o comportamento alla quale si riferisce la norma citata.
Inoltre, anche tralasciando per un attimo queste considerazioni, va ricordato il caso previsto dall'art. 26, comma 1, lett. c) che considera aggressiva in re ipsa, a prescindere da qualsiasi ulteriore valutazione specifica, l'esecuzione ripetuta e non richiesta di sollecitazioni commerciali attraverso la posta elettronica od ogni altro mezzo di comunicazione a distanza, fermo restando quanto previsto dagli art. 58 dello stesso codice del consumo e dall'art. 130 del codice della privacy (d.lgs. 196/2003).
La portata di questa disposizione è tale da elevare la rilevanza giuridica del fenomeno dello spamming al punto che quest'ultimo, oltre a rappresentare un comportamento illecito, sotto il profilo dell'indebito trattamento dei dati personali che ne consegue, costituisce altresì una pratica commerciale aggressiva, con tutte le conseguenze del caso, comprese quelle relative ad un eventuale profilo di responsabilità.
La tutela pubblicistica
In tale ambito le competenze dell'autorità garante della concorrenza e del mercato, già riconosciute dalla legge istitutiva 287/90 e, successivamente, dal d.lgs. 67/2000 in materia di pubblicità ingannevole e comparativa illecita, sono state ribadite, ed anzi estese da entrambi i d.lgs. 145 e 146 del 2007 sia nella portata, poiché ora investono anche le pratiche commerciali scorrette , sia nei poteri di impulso considerato che l'autorità può intervenire anche d'ufficio, oltre che su istanza di “ogni soggetto od organizzazione che ne abbia interesse”.
Con tale ultima locuzione si fa riferimento, non soltanto alle persone fisiche, come i consumatori ed i professionisti individuali, ma anche alle loro associazioni rappresentative, alle imprese concorrenti di quella per conto della quale vengono divulgati i messaggi illeciti o che effettua pratiche commerciali sleali ed, infine, alla pubblica amministrazione nei settori in cui questa è portatrice di interessi in relazione ai propri fini istituzionali.
Va rilevato che, in materia di pratiche commerciali, l'autorità esercita i poteri investigativi ed esecutivi derivanti dal regolamento 2006/2004/CE ed il suo intervento prescinde dalla circostanza che i consumatori si trovino nel territorio dello stato membro in cui è stabilito il professionista o in un altro stato membro.
In particolare in relazione allo svolgimento dei procedimenti di cui trattiamo, per i quali si rimanda nel dettaglio alle delibere del 15 novembre 2007, n. 17589/17590 contenenti i regolamenti sulle procedure istruttorie, l'autorità risulta investita dei seguenti poteri:
disporre con provvedimento motivato, nei casi di particolare urgenza, la sospensione provvisoria delle pratiche commerciali scorrette o della pubblicità illecita
nei casi in cui il committente non è conosciuto, richiedere al proprietario del mezzo che ha diffuso la pratica o la pubblicità ogni informazione idonea ad identificarlo
richiedere ad ogni soggetto le informazioni ed i documenti rilevanti per l'accertamento dell'infrazione
disporre che il professionista fornisca prove sull'esattezza dei dati di fatto, relativi alla pratica commerciale o contenuti nella pubblicità, quando vi sia un esigenza specifica in relazione alle circostanze del caso (7)
richiedere un parere all'autorità per le garanzie nelle comunicazioni quando il mezzo diffusivo sia rappresentato dalla stampa periodica o quotidiana, dalla radio, dalla televisione o da ogni altro mezzo di telecomunicazione
ottenere dal professionista responsabile l'assunzione di un impegno a porre fine all'infrazione mediante modifica o cessazione della sua diffusione (8)
vietare la diffusione o la continuazione della pratica o della pubblicità, in caso di accertata scorrettezza od illiceità, e disporre con il medesimo provvedimento l'applicazione di una sanzione amministrativa, di entità variabile in relazione alla gravità ed alla durata del fatto, nonché la pubblicazione, a spese del professionista, della delibera stessa o di altra idonea dichiarazione rettificativa
Avverso i provvedimenti dell'autorità è comunque sempre ammesso il ricorso, in via esclusiva, al giudice amministrativo.
(1) Boom della pubblicità online un miliardo di euro nel 2008, http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/scienza_e_tecnologia/pubblicita-online/miliardo/miliardo.html
(2) Tale da ricomprendere sia il packaging, cioè la confezione dei prodotti, sia il merchandising cioè le azioni promozionali effettuate nei punti vendita del prodotto
(3) L. Furlanetto, La pubblicità online e le pratiche commerciali, in Altalex, http://www.altalex.com/index.php?idnot=36275
(4) G. Visconti, La disciplina della pubblicità ingannevole e di quella comparativa: il decreto legislativo n. 145 del 2007, http://www.diritto.it/art.php?file=/archivio/25086.html
(5) Interactive Advertisizing Bureau Italia, Pubblicità su Internet, http://www.iab.it/documenti/detail.aspx?TRS_ID=1673000&ID=2416
(6) Si pensi ai banner pubblicitari che, a causa dello spazio esiguo di cui dispongono, non possono certo contenere tutte le informazioni rilevanti per un consumatore
(7) Nel caso in cui la prova sia omessa o venga ritenuta insufficiente i dati di fatto vengono considerati inesatti
(8) In questo caso, in relazione alla idoneità degli impegni assunti, l'autorità può renderli vincolanti e definire il procedimento senza procedere all'accertamento dell'infrazione
Fonte: www.stefanobendandi.com
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Spesso ci chiediamo quali siano le principali regole da rispettare per tenere il nostro computer e i nostri dati più riservati e segreti al sicuro.
La voglia e il bisogno di una maggiore sicurezza è cresciuta sempre di più negli ultimi anni anche nel nostro Paese, considerando anche l’aumento spropositato di siti Internet contenenti codice malevolo o programmi che possono mettere in pericolo la nostra vita.
L’Italia, il mese scorso, è entrata pienamente nella classifica dei quindici paesi al mondo maggiormente pieni di siti Internet pericolosi, arrivando a ospitare lo 0,4% di tutto il malware del mondo.
Allo stesso modo il nostro Paese è pieno di mail spam che possono essere molto pericolose. Ogni giorno migliaia di lettere elettroniche viaggiano da un computer a un altro mettendo a rischio i nostri soldi e i documenti presenti nei nostri computer.
Per questo SophosLab, società inglese che si occupa di sicurezza informatica da anni, ha stilato un decalogo delle principali regole che tutti dovremmo seguire per proteggere noi e il nostro PC dai rischi della sicurezza durante la navigazione a Internet.
Usare un software antivirus costantemente aggiornato
Una delle domande che spesso ci si pone è quella rivolta a capire quale sia il migliore antivirus sul mercato. Una delle caratteristiche che un ottimo antivirus deve possedere è quella degli aggiornamenti del database virus molto frequenti, in modo da scongiurare un possibile attacco di un malware creato da tempo ma non ancora presente nel database delle firme del software;
Non acquistare prodotti dai link presenti nelle mail sospette
Anche se il sito in cui effettuate l’acquisto sembra sicuro o serio (ma non potrete mai saperlo con certezza, dato che il malware più astuto può anche scaricarsi sul PC a vostra insaputa), confermare l’esistenza e il funzionamento del vostro indirizzo email può comportare l’iscrizione automatica in liste di spammer che faranno di tutto per continuare a inviarvi email anche più pericolose;
Utilizzare un firewall
È un software che protegge gli accessi dall’esterno e verso l’interno nel PC. In questo modo, autorizzando determinati programmi a uscire o a entrare, si potranno bloccare i software malevoli che sfruttano la connessione a Internet per comunicare dati riservati o per scaricare ulteriore malware;
Non rispondere alle mail di spam
Anche in questo caso si confermerebbe l’esistenza e il funzionamento della vostra casella mail, che sarà sfruttata in seguito dagli spammer per inviare altre mail;
Sfruttare al minimo l’anteprima dei messaggi di posta
Anche aprire semplicemente il messaggio in anteprima può confermare agli spammers che il vostro indirizzo email è esistente;
Usare indirizzi di posta secondari rispetto a quello che usate più spesso
Sarebbe una buona regola non inserire mai su Internet l’indirizzo email che utilizzate più spesso, perché gli spammer utilizzano software automatici per scandagliare le pagine Internet e raccogliere gli indirizzi email presenti. Bisognerebbe quindi affidare l’indirizzo che usate solitamente agli amici più fidati e utilizzarne altri da usare su Internet per motivi più “leggeri”;
Non aprite i link presenti in presunte email che arrivano da poste o banche
Le banche o le società degli istituti di credito non inviano mai per nessun motivo mail con link contenenti moduli da compilare con i vostri dati di accesso. A volte le mail sembrano veramente inviate dalle società in oggetto, ma in realtà servono solo a rubarvi i vostri dati e i soldi del vostro conto corrente;
Collegarsi ai siti delle banche digitando l’indirizzo corretto nella barra del browser
Aprire un link da una mail, anche se sembra quello corretto, potrebbe reindirizzarvi automaticamente in un altro sito creato appositamente per truffarvi;
Non cliccate sulle finestre popup
Spesso portano verso siti poco sicuri e contenenti malware, specialmente quelli che vi indicano che c’è un problema di sicurezza nel vostro PC e vi offrono un software per risolvere il problema. Non cliccateci sopra e chiudeteli immediatamente;
Non salvate le password nel browser o nel PC
Se qualcuno riuscisse a entrare nel vostro computer illecitamente, potrebbero essere in serio pericolo.
Fonte: www.oneitsecurity.it
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Il rapporto annuale di Assofranchising evidenzia al primo posto il settore Gdo alimentare, con 3,4 miliardi di euro. In netta crescita le agenzie immobiliari. Con 68.235 punti di vendita spalmati su 847 insegne, il franchising ha sviluppato 21,129 miliardi di euro, segnando un +5,2% sul 2006. Positivo, quindi, il bilancio del settore che conferma la validità del sistema “moltiplicatore d'imprese”: lo evidenzia il rapporto annuale relativo al 2007 elaborato da Quadrante Franchising & Marketing Services e realizzato per conto di Assofranchising.
Le top seven per fatturato
Tra i cambiamenti più rilevanti nell'ambito dei 7 settori che superano il miliardo di giro d'affari (Gdo food - Alimentari, Agenzie immobiliari - Mediazione creditizia, Gdo non food, Abbigliamento uomo donna, Agenzie viaggi - Turismo, Prodotti e Servizi Specialistici, Intimo) vi è il primo posto guadagnato dal settore Gdo food - Alimentari (3,43 mld, +16,2%), che sostituisce al comando il Gdo - non food, ora al terzo posto (2,03 mld, +9,9%). Lo spostamento è dovuto al cambiamento di collocazione di insegne della Gdo.L'ascesa più importante è quella del settore Agenzie immobiliari - Mediazione creditizia ( 2,13 mld, +10,1%), che dal quinto posto passa al secondo: una crescita dovuta al sostanziale aumento del numero delle insegne che operano soprattutto nell'ambito della concessione di mutui collegati all'immobiliare.Conserva il quarto posto il settore dell'Abbigliamento uomo donna (1,97 mld, +9,3%): nonostante il numero dei franchisor sia diminuito rispetto al 2006, il fatturato mantiene un buon posizionamento, legato all'espansione delle reti più consolidate presenti sul mercato da tempo.Le Agenzie di viaggi - turismo si classificano nella top seven, con 1,55 mld (+ 7,3%), ma con una performance meno positiva rispetto agli altri settori. Cò è dovuto ad una diversa classificazione o alla conversione di punti di vendita in gestione diretta. Inoltre, a fronte di nuovi marchi entrati nel mercato, alcuni marchi esistenti sono stati assorbiti o accorpati da altre insegne, creando cambiamenti all'interno del settore.Al sesto posto si colloca il settore dei Prodotti e Servizi Specialistici, che registra un fatturato in forte aumento per l'entrata nel mercato di diverse nuove insegne, molte delle quali appartenenti al mondo dei finanziamenti alla persona e del credito al consumo. Al settimo troviamo l'Intimo, anche questo un comparto in ascesa costante.
Sotto il miliardo di business
Al di sotto del miliardo di giro d'affari si situa il settore Ristorazione rapida - Pizzerie - Caffetterie, che registra un aumento di fatturato notevole per via dei nuovi marchi entrati nel mercato. Altrettanto vale per le Calzature - Pelletteria - Accessori, che appunto crescono sempre per l'ingresso di nuovi brand. In forte aumento le insegne degli Ottici: il settore riporta una forte concentrazione di reti e un aumento dei fatturati.In controtendenza l'Internet e Telefonia, settore che perde quota in termini di fatturato in conseguenza all'uscita dal mercato di alcuni brand operativi in questo settore. In calo anche l'Informatica - Videoteche - Foto, che vede diminuire il proprio peso complessivo nel sistema del franchising italiano, per via dei cambiamenti intervenuti a livello di insegne operative in franchising e relativi giro d'affari ed affiliati.
l futuro guarda al Mezzogiorno e all'estero
Attraverso questionari a decisori di alto livello di primarie aziende di ogni comparto, Assofranchising delinea tre forti tendenze che caratterizzeranno il settore del franchising nel 2008: internazionalizzazione (che nel 2007 ha registrato un +37,5% in termini di numero di punti di vendita, ora a quota 6.669), concorrenza interna al mondo del franchising, che richiede meno improvvisazione e più formazione e professionalità, e focalizzazione sul Meridione d'Italia (attualmente, la regione top per punti vendita è la Lombardia). Per quanto concerne il giro d'affari di ogni settore, il 60% degli intervistati prevede una crescita, mentre il 30% prevede un calo. Per quanto concerne le insegne operanti (il numero dei franchisor) si riscontra una tendenza alla stabilità per il 2008, anche per razionalizzazioni e chiusure di pdv. Relativamente alle previsioni generali di sviluppo del settore in Italia, per il 2008 si dovrebbe assistere a una crescita intorno al 5%.
Fonte: ilsole24ore.com
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L’ espansione della Rete come giacimento e distributore di informazioni impone nuove specializzazioni professionali, fra cui quello della ricerca e della valutazione delle fonti e della verifica dei fatti
Di fronte all’ espansione del web come giacimento e distributore di contenuti, l’ industria dell’ informazione deve affrontare le sfide dell’ istantaneità e della affidabilità. Una delle possibili risposte consiste nel creare un nuovo mestiere giornalistico, la specializzazione nella ricerca e nella valutazione delle fonti e nella verifica dei fatti.
Un professionista della ricerca giornalistica – spiega sul suo blog Alain Joannes, giornalista francese e autore del libro “Journalisme à l’ère électronique” (edizioniVuibert) - non può evidentemente contentarsi di formulare una semplice richiesta su Google. Deve specializzarsi nelle tecnologie del linguaggio, fare un inventario dei motori di ricerca, studiare gli algoritmi che li caratterizzano e assicurare un controllo permanente di questo universo in pieno sviluppo.
Su questa base di competenze, - secondo Joannes - deve poi essere in grado di consigliare l’ insieme della redazione, raccomandando alcuni motori, elaborando e migliorando dei metodi originali, facendosi carico delle investigazioni online in situazioni di emergenza e di urgenza. E potrà ugualmente essere incaricato di assicurare una formazione elementare dei colleghi della redazione.
Fonte: www.lsdi.it
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l sistema utilizza un format esclusivo per chi accede a internet dall'abitacolo della macchina, con poco tempo a disposizione e una connessione a singhiozzo.
Creare un dominio specifico per quei siti che trattano di auto, mobilità, traffico o previsioni del tempo. E un format esclusivo per chi accede al web direttamente dall'abitacolo, con poco tempo a disposizione e una connessione a singhiozzo. Come quando dal cellulare si naviga nelle versioni "light", ottimizzati per il piccolo schermo e la velocità di connessione.
L'idea è di utilizzare il suffisso ".car" e parte da un provider americano che ha chiesto di organizzare un gruppo di lavoro internazionale per studiare come accedere in modo sicuro ai contenuti internet utilizzando i dispositivi integrati e portatili nei veicoli. Per ora si parla di solamente di navigare direttamente dall'automobile grazie alla diffusione, soprattutto negli Usa, di internet mobile, grazie agli smartphone e agli stessi dispositivi capaci di agganciarsi alle reti veloci dei cellulari che molte case automobilistiche stanno introducendo.
Secondo la società americana il dominio dot.car permetterebbe di progettare i siti Web in modo specifico per soddisfare gli stringenti requisiti di sicurezza e dei consumatori relativamente alla fornitura di contenuti Web nei veicoli.
Servono dunque siti pensati che chi a poco tempo e si connette in movimento. "Il web è diventato una parte importante della nostra vita quotidiana e il suo diffuso utilizzo nei veicoli è inevitabile - spiega Steve Millstein direttore di ATX- il settore deve quindi concordare l'utilizzo di formati specifici per adattare la tradizionale esperienza di navigazione sul Web all'ambito della guida".
"Questa proposta è simile all'adattamento che è stato necessario per sviluppare e creare l'interfaccia tra gli smartphone e il Web" ha poi concluso. Secondo un esperto del settore Scott McCormick presidente della Connected Veichle Trade Association, organizzazione che riunisce produttori automobilistici e le aziende di telecomunicazioni "i contenuti Internet stanno incominciando a entrare anche nei veicoli, quindi dobbiamo riunire tutte le parti interessate per sviluppare dei sistemi che consentano di ottenere, visualizzare e interagire in piena sicurezza.
Si tratta di un argomento importante e opportuno, che ci auguriamo potrà suscitare un interesse globale in tutti i settori interessati". Naturalmente i contenuti non riguardano soltanto siti web, ma anche servizi di diagnostica in tempo reale, infomobilità e localizzazione tramite GPS.
Fonte: www.repubblica.it
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Un convegno di AICA ha affrontato le nuove sfide della gestione della conoscenza
Le tecnologie di knowledge management, ovvero gli strumenti informatici e in rete che permettono di condividere le conoscenze tecniche, scientifiche o anche solo le informazioni di interesse culturale e lavorativo, si stanno rapidamente diffondendo anche in Italia. Questo grazie le potenzialità offerte dalla seconda generazione di internet (Web 2.0), che consente di reperire, fruire e condividere contenuti più facilmente di ieri.
Sono questi alcuni dei temi trattati nel corso del convegno 'Gestire la conoscenza: la sfida del XXI secolo', organizzato da AICA, in cui sono stati presentati i risultati del secondo anno di lavori del progetto PKM 360° avviato dall'Associazione Italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico (AICA), dall'Università Cattolica e dalla Fondazione Politecnico di Milano con il supporto di CSE Crescendo, cui si sono aggiunte quest’anno anche le Università Milano Bicocca e Bocconi.
A livello mondiale sono oggi più di 300 gli operatori che offrono soluzioni legate al knowledge management (stima Gartner Group), senza che sia emerso ancora un chiaro leader di mercato. Quelle di enterprise search, ovvero per il reperimento delle informazioni nel mondo dell’impresa, hanno oramai creato un mercato da quasi un miliardo di dollari, che si prevede diventerà 1,2 miliardi entro il 2010, ancora senza esprimere un leader.
L’accumulo di informazioni avvenuto negli ultimi anni, incentivato dall’abbassamento dei costi dello storage, è stato affrontato immagazzinandole all’interno di singoli dipartimenti, salvo poi accorgersi che spesso quelle informazioni sono rimaste inutilmente confinate lì, senza entrare ed essere sfruttate nel ciclo produttivo 'core' aziendale, afferma Gabriella Lo Conte, responsabile marketing di Value Team.
La condivisione viene realizzata in prima battuta con enormi banche dati centralizzate, dove vengono duplicati dati provenienti dai sistemi silos dei dipartimenti, con significativi oneri aggiuntivi. I motori di ricerca, grazie alla loro capacità di indicizzare fonti diverse di informazioni e formati differenti, possono agevolare la condivisione, eliminando l’overhead (costi indiretti) di strutture centralizzate, ma rendendo accessibili le informazioni importanti direttamente dal loro archivio di uso corrente.
Fonte: www.cwi.it
Per rispondere a questa esigenza, i vendor del mondo enterprise e quelli del mondo consumer si sono attivati in modo diverso. I primi, le cui soluzioni di search engine sono incluse nelle suite di Enterprise Content Management (ECM), o hanno aperto il loro software a fonti eterogenee e ai diversi formati; o hanno acquisito search engine nati nel mondo consumer, come ha fatto Microsoft con la norvegese Fast. I vendor per il mondo consumer hanno invece sviluppato nuove soluzioni enterprise, come Google, integrando funzionalità di supporto alle tassonomie, tecnologie di clustering etc.
Uno strumento di ricerca in grado di produrre informazioni affidabili e accessibili in tempi coerenti e con criteri di riservatezza presuppone un sistema di condivisione dell’informazione controllato con le corrette regole d’accesso e d’uso, afferma Lo Conte. Per le aziende questo punto è parte integrante dei principali processi di certificazione, in quanto strumenti necessari per la conformità alle innumerevoli regole di compliance sempre più stringenti: per la corporate social responsibility, per la SOX, per garantire i livelli di servizio a clienti e cittadini, per i responsabili della sicurezza o della privacy o , semplicemente, ai top manager che devono prendere decisioni ed elaborare piani strategici.
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Nella sfida per la supremazia nei motori di ricerca, Yahoo! non intende rinunciare tanto facilmente a reggere il confronto con Google. A tal fine l'azienda ha lanciato Super Risultati (già noto come SearchMonkey), uno strumento gratuito rivolto agli sviluppatori e basato su una tecnologia open source che introduce un nuovo criterio per la ricerca in Internet da parte degli utenti, i progettisti e i proprietari dei siti.
Lo strumento consente di creare delle applicazioni che migliorino l’utilità e la rilevanza dei risultati della ricerca fornendo ai proprietari dei siti e agli utenti maggiore scelta su quali informazioni vogliono mostrare o vedere.
Secondo Yahoo!, in meno di 10 minuti l’applicazione consente di implementare la lista di ricerca con informazioni più ricche ed approfondite, permettendo ai proprietari dei siti di verificare il contenuto delle loro inserzioni, incorporare immagini e “live link”.
Anche per gli utenti dovrebbe essere facile beneficiare di Super Risultati. Essi possono ampliare e personalizzare l’offerta informativa dei risultati della ricerca di Yahoo!, attraverso un semplice processo di “opt-in”. "I risultati ottenuti dalle successive ricerche, più completi ed approfonditi, garantiranno un accesso più veloce ai contenuti dei siti che gli utenti stanno cercando", sottolinea la casa in una nota.
I tool per creare i risultati di ricerca più completi sono gratuiti per tutti i proprietari di siti web, siano essi piccoli o grandi, e sono accessibili dal sito http://developer.search.yahoo.com.
Fonte: www.valleolona.com
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E' un professionista che svolge attività di monitoraggio per conto delle imprese, ovvero ricerca in rete il "che cosa si dice" di un'azienda o di un marchio. E sono sempre più numerose le aziende che, riconoscendo il potere del web, si affidano al netclipper per conoscere quale sia il giudizio riservato al loro prodotto, quali siano le tendenze del mercato e le mosse delle aziende rivali, per migliorare, di conseguenza, le proprie strategie di marketing.
In Italia, la prima società leader nata, pensando al netclipping, è "Extrapola", che acquisendo anche "PRESStoday", offre al proprio cliente un servizio innovativo di monitoraggio online e creazione di rassegne web e servizi di informazione personalizzati. Per diventare un netclipper i requisiti richiesti sono generalmente una buona conoscenza delle lingue, in particolare dell'inglese ed, ovviamente, ottime conoscenze informatiche, specie di internet.
Attualmente, non esiste nessuna scuola specifica ma per la formazione di un netclipper può essere utile qualsiasi corso finalizzato ad usare la rete come fonte di informazione, come i corsi per web-surfer. Sicuramente per svolgere al meglio questa professione l'ingrediente fondamentale è la passione per internet e le nuove tecnologie.
Fonte: www.italianotizie.it
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Uno studio condotto dal MIT evidenzia che la personalizzazione adattativa dei siti in funzione dei singoli visitatori può portare significativi incrementi alle vendite.
La tecnica nota come “web morphing” consente ai siti di adattarsi automaticamente per organizzare e presentare le informazioni in funzione del profilo personale di chi visita il sito, in modo che i contenuti siano il più possibile rispondenti all’interesse del particolare utente. E’ quanto hanno affermato quattro ricercatori del MIT nel documento “Website Morphing” pubblicato su “Marketing Science” di questo mese.
In tal modo il sito potrebbe riprodurre un file audio e presentare una certa grafica a un visitatore, ma mostrare le stesse informazioni in formato testuale al visitatore successivo, differenziando l'output in funzione dello stile cognitivo di ogni persona o cliente. Il morphing dei siti deduce lo stile dalle singole scelte che i visitatori fanno navigando e cliccando sulle varie pagine del sito, traendo informazioni sui loro tratti comportamentali e sulle loro preferenze di acquisto.
"Sono necessari da cinque a dieci clic prima di poter ottenere un profilo fedele dell'utente", spiega John Hauser, l'autore principale del documento e professore presso la MIT Sloan School of Management. Egli afferma che nel corso degli ultimi dieci anni le statistiche hanno visto una forte evoluzione per consentire di trarre conclusioni più precise da una quantità di dati inferiore. "Si possono dedurre grandi quantità di informazioni addizionali anche acquisendo dati in prestito da terze parti”, egli spiega.
Utilizzando un campione di utenti per la navigazione di un sito web di prova, le singole aziende possono impostare il significato di riferimento per le scelte effettuabili mediante clic sul sito. Nella fase in cui i potenziali clienti stanno visitando un sito effettivo, il motore di morphing si sincronizza e si sintonizza per trarre conclusioni più accurate sui visitatori e sulle loro preferenze, in modo da presentare quelle pagine che con maggiore probabilità possono portare a chiudere un vendita, afferma Hauser.
Il software è open source e disponibile sul sito web del MIT, ma finora nessuno ha creato una attività commerciale per proporlo e applicarlo ai singoli clienti, prosegue Hauser. Questa tipologia di siti auto-personalizzanti sono meno intrusivi di una possibile alternativa – cioè siti che i visitatori possono personalizzare manualmente, un processo che assorbe molto tempo e distrae o allontana molti utenti, affermano i ricercatori. E sono inoltre in grado di creare il sito ottimale per massimizzare le vendite in un tempo molto inferiore, proseguono i ricercatori. Essi hanno testato la loro teoria su 835 utenti di servizi a banda larga nel Regno Unito oppure su utenti potenzialmente interessati a tali servizi, che sono stati pagati per compilare questionari e navigare un sito campione di BT. Essi hanno concluso che se il sito avesse avuto informazioni complete e accurate sullo stile cognitivo di ogni persona, avrebbe potuto aumentare le vendite del 21%. Persino con stili cognitivi parziali, il sito potrebbe aumentare le vendite di quasi il 20%, affermano i ricercatori.
Se applicato a siti web attivi, il morphing potrebbe aggiungere 80 milioni di dollari alle vendite online di servizi a larga banda BT, proseguono gli esperti. Il morphing cambia il look and feel dei siti, non solo i contenuti, per soddisfare i diversi stili cognitivi. Per esempio l'equilibrio di immagini e testo può essere regolata in funzione dei gusti di particolari categorie di utenti. L’esperimento condotto da BT valuta e classifica gli stili cognitivi sulla base di quattro differenti caratteristiche, ciascuna della quali ha due opzioni. Gli stili cognitivi definiscono se gli individui sono lettori o ascoltatori, impulsivi o deliberativi, visivi o verbale, leader o seguaci.
Tale valutazione è stata basata sul flusso di scelte da parte degli utenti durante la navigazione. Quando i visitatori sono giunti sul sito, essi hanno trovato quattro opzioni: un confronto fra i piani, la visita a un consulente virtuale, la visita a un centro di insegnamento e la visita a una comunità di utenti. "Abbiamo osservato che un determinato numero di clic (ad esempio dieci), consente di individuare lo stile cognitivo del visitatore con una certa probabilità di successo, e quindi di conformare il sito ai tratti evidenziati, afferma lo studio. "Il visitatore continua fino a quando lui o lei o acquista un servizio a banda larga o esce dal sito web senza l'acquisto."
I partecipanti al test sono stati poi condotti a visitare siti che potrebbero variare in base a tre caratteristiche: grafici e immagini oppure testo e audio; piccole o grandi quantità di informazioni presentate; focalizzazione sui singoli contenuti con poche opzioni oppure sul contenuto generale con tutte le opzioni presentate. I visitatori valutati come olistici hanno ricevuto una conformazione che presentava informazioni generali su BT, mentre i visitatori analitici hanno ricevuto uno strumento di analisi che manipola le informazioni. I seguaci hanno ricevuto un link ai commenti di un altro consumatore; i visitatori deliberativi sono stati reindirizzati a una pagina da cui si possono postare commenti.
Lo studio di BT ha evidenziato alcune tendenze generali fra gli stili di apprendimento. I lettori e i verbali preferiscono contenuto focalizzato. Le persone impulsive tendono a preferire piccoli blocchi di dati. I visitatori analitici preferiscono confrontare le opzioni piuttosto che ricevere informazioni di carattere generale. Hauser sostiene di aver applicato questa metodologia ai siti web per la banca giapponese Seruga. Piuttosto che conformare il sito solo in linea con lo stile cognitivo, il suo team l’ha adattato per presentare le informazioni in un linguaggio formale o informale a seconda dei tratti culturali e comportamentali che i visitatori hanno evidenziato durante la navigazione.
Fonte: www.nwi.it
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Riuscirà la pubblicità a conquistare anche i telefonini, senza scontrarsi con il diritto alla privacy – e con i nervi – degli utenti?
Secondo Juniper Research ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma sì, anche sui cellulari saremo bersagliati da spot, che saranno però attenti ai nostri gusti e alle nostre esigenze del momento.
Alla fine di quest’anno, il business della pubblicità legata alla ricerca mobile varrà 445 milioni - pari al 34% delle spese totali per la pubblicità mobile – ma nel 2013 raggiungerà quota 2 miliardi di dollari: fondamentali saranno le applicazioni e i servizi di mobile search e, quindi, quelle legate al cosiddetto ‘social web’.
Le applicazioni del Web 2.0, che dal web stanno iniziando a trasferirsi sul telefonino, contribuiranno ad attrarre nuovi utenti – o prosumer – non più spettatori della mobile experience ma protagonisti, con i loro contenuti e le loro community, di un mercato che fra 5 anni dovrebbe generare un giro d’affari da oltre 22 miliardi di dollari.
Appena gli operatori hanno iniziato ad abbandonare il modello cosiddetto ‘walled garden’, i consumatori hanno infatti iniziato ad avvicinarsi alla navigazione via cellulare e, quindi, alla ricerca di contenuti dal telefonino, fornendo ai pubblicitari un nuovo pubblico cui rivolgersi.
Le opportunità e i canali da sfruttare per raggiungere sono parecchi. Tra questi, gli MMS e la pubblicità con immagini fisse su schermo (idle-screen) attrarranno una spesa di oltre 1 miliardo di dollari in 5 anni.
Secondo l’analista Windsor Holden, una singola campagna di advertising potrebbe utilizzare diversi canali all’interno dell’ecosistema mobile: dalla pubblicità idle-screen alla mobile Tv, dal display advertising agli sms.
La strada migliore sarebbe però quella di integrare le campagne che sfruttano il telefonino all’interno di progetti più ampi su diversi media, per incrementare la forza del marchio.
“Mentre all’inizio le campagne pubblicitarie erano più che altro realizzate ad hoc, man mano che acquistano confidenza col mezzo, gli advertiser si muovono verso l’incorporazione della pubblicità mobile all’interno di campagne pianificate, con la consapevolezza che il potenziale del telefonino come vettore di messaggi pubblicitari sta crescendo”, ha concluso Holden.
I Paesi che registreranno le spese più alte in pubblicità sui motori di ricerca mobile e in generale saranno quelli asiatici, seguiti dall’Europa occidentale e dagli Stati Uniti.
Fonte: www.key4biz.it
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Google ha finalmente integrato tutte le notizie che alimentano Google News all’interno del mappamondo virtuale di Google Earth. Ora è quindi possibile consultare i quotidiani mentre si naviga con il mouse da una nazione all’altra.
Per accedere a questa funzione è necessario attivare il livello “Google News” che si trova nella Gallery dei Layers di Google Earth. Tale voce però al momento non è presente se state utilizzando il programma in versione italiana. E’ sufficiente però andare nelle opzioni generali del programma ed impostare English (US) per vederlo.
Se sono presenti delle notizie, sulla mappa appariranno una o più icone raffiguranti un quotidiano. Sarà sufficiente cliccare su di esse per visualizzare la notizia.
Fonte: www.motoricerca.net
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Il motore di ricerca più sperimentale del web, si sta cimentando in una serie di servizi che avvicinano la rete alle necessità quotidiane degli utenti; l’ultimo progetto è volto a semplificare la gestione di documenti medici. Google Health è un servizio che permette di creare un profilo certificato e, tramite il sistema di condivisione in rete, di comunicare dati personali, storia medica o esigenze a specialisti o alla farmacia di fiducia, trasmettendo il materiale relativo al proprio stato di salute.
Non solo, attraverso questo archivio, dotato di una mappa dettagliata, sarà possibile localizzare gli studi medici e le farmacie più vicine a casa. “E' un giorno molto eccitante per noi, siamo molto contenti di essere in grado di offrire questo servizio a tutti i nostri utenti” ha spiegato Marissa Mayer, dirigente di Google che si occupa della supervisione del progetto.
Fonte: quomedia.diesis.it
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Secondo dati Audiweb, il numero di utenti connessi lo scorso marzo è arrivato a 24 milioni. Bene i siti di notizie e informazioni
Il numero di navigatori italiani che, a marzo, si sono connessi al Web almeno una volta da casa o ufficio è arrivato a 24 milioni, il 5% in più rispetto al mese di febbraio. Il valore sale a 25,5 milioni se si includono anche gli utilizzatori di applicazioni internet come instant messenger o i programmi per scaricare musica e film. In media, inoltre, ciascun navigatore si è collegato alla rete ogni giorno ed è rimasto connesso per oltre 21 ore (un’ora in più rispetto al mese di febbraio), visualizzando 1.588 pagine (contro le 1.485 di febbraio). A tracciare questo quadro sono i dati emersi dal panel di Audiweb, realtà che produce e distribuisce dati sulla audience online. Dal confronto con lo stesso mese del 2007 emerge che sono cresciuti in maniera consistente il tempo trascorso online (quasi 3 ore in più, dalle 18 ore e 25 minuti del 2007 a 21 ore e 16 minuti) e le pagine viste (circa 300 in più).
Lavoratori più connessi
Audiweb fa notare come il trend positivo sia stato trainato soprattutto dagli accessi dal luogo di lavoro, aumentati in misura più sostenuta rispetto a quelli dall’abitazione. Sono stati quasi 10 milioni, infatti, i navigatori connessi solo dal lavoro, con un incremento del 22% nell’anno (da aprile 2007, mese della prima rilevazione separata).
Inoltre, l’accesso dal luogo di lavoro in genere comporta una fruizione di Internet più “assidua” rispetto a quello effettuato da casa: 35 sessioni nel mese (contro le 20 sessioni da casa), quasi 25 ore trascorse online (contro le 14 ore e 40 minuti da casa) e 1.775 pagine viste (contro le 1.140 da casa).
L’analisi del profilo demografico nel mese di marzo vede prevalere sempre gli utenti uomini, con il 57% del totale. Le donne però crescono di più nel confronto con il mese precedente (+7%), soprattutto quelle nella fascia tra i 18 e i 24 anni (+19%), arrivando a superare gli 11 milioni. Crescono anche i giovanissimi (minori di 11 anni) e in generale gli adulti tra i 25 ei 34 anni.
Boom per le notizie online
Per quanto riguarda i siti di maggiore interesse, a marzo l’incremento di traffico più rilevante ha riguardato i siti di notizie e informazioni (17,8 milioni di visitatori, +8%), il travel online (14,2 milioni, +9%), l’automotive e buona parte dei siti di web 2.0 (in particolare communities e blog, che crescono dell’8% e video, +10). Buoni risultati anche per siti di sport (+20%), giochi e scommesse online (+23%), musica (+10%) e fotografia (+16%).
Secondo Audiweb, quari un navigatore su due ormai legge abitualmente le notizie online, integrandole magari con la consultazione di un quotidiano cartaceo, con un’audience in crescita del 47% anno su anno. La lettura, tra l’altro, sembra farsi più attenta e approfondita: il tempo mensile dedicato è arrivato a 46 minuti, in decisa crescita rispetto ai 37 del marzo 2007, mentre le pagine viste sono passate da 62 per persona a 81.
Fonte: www.b2b24.ilsole24ore.com
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Google entra in oCERT, la neonata task force per le emergenze informatiche declinate in ambito open source: Big G, in tal modo, si conferma amica del modello di sviluppo aperto.
oCERT (Open Source Computer Emergency Response Team) è descritto dai promotori come un "progetto per fornire supporto nella gestione della sicurezza relativa a progetti open source colpiti da vulnerabilità o episodi legati alla sicurezza, esattamente come i CERT offrono servizi per le rispettive nazioni di appartenenza". Questi ultimi - i CERT - sono organizzazioni incaricate di raccogliere le segnalazioni di incidenti informatici e potenziali vulnerabilità nei software che provengono dalla comunità degli utenti; in Italia il centro maggiore è CERT-IT, nato nel 1994 presso il Dipartimentodi Informatica e Comunicazione dell'Università degli Studi di Milano.
Stando al blog di Google dedicato alla sicurezza, il gruppo "si occuperà di contattare gli autori dei software fornendo loro tutti i report legati alla sicurezza, aiutando nell'analisi e nella correzone delle vulnerabilità". Per Google non si tratta, presumibilmente, di uno sforzo immenso, ma la mossa è di sicuro degna di nota. Tuttavia, in molti si chiedono se ci sia realmente bisogno di un altro CERT e se anzi il neonato oCERT non costituisca una sorta di sovrapposizione al lavoro di quelli preesistenti.
JohannesUllrich, CTO di SANS Internet Storm Center, una delle organizzazioni più autorevoli in tema di sicurezza, conferma parzialmente l'ipotesi: "Ci può essere sovrapposizione con il CERT statunitense, ma anche una maggior competenza in tema di progetti esclusivamente open source". Anzi, "canalizzare un po' di manodopera su progetti quali PHP o simili, distribuiti su larga scala, non può fare altro che aiutare in termini di tempo e qualità di lavoro".
Per Google, come prima accennato, il rapporto con l'open source è molto radicato; Googleplex, il quartier generale di Big G, utilizza versioni personalizzate di Linux e MySql, e molti impiegati al suo interno usano una versione di Ubuntu modellata sui dettami di Google, chiamata Goobuntu (ma che non è liberamente disponibile). Alcuni ne criticano tuttavia lo scarso contributo alla causa, accusando l'azienda di Larry Page e Sergey Brin di ricevere dall'open source più di quanto l'azienda abbia dato. oCERT potrebbe costituire una risposta concreta: il progetto è pressoché vergine, con quattro bollettini emessi al momento in cui scriviamo, e di esso Big G potrebbe divenire portabandiera.
Fonte: www.mytech.it
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Il colosso della conoscenza interconnessa ne pensa un'altra delle sue: spulciare nel testo per la ricerca delle immagini non basta, la tecnologia è matura perché a essere indicizzati siano gli stessi contenuti visivi dei file presenti in rete.
La Grande G, il monstrum che macina decine di petabyte di informazioni giornaliere, non si accontenta più di mettere a disposizione dei propri utenti i contenuti testuali di una corposa rappresentanza del web mondiale. Google è al contrario intenzionata ad andare molto oltre, cominciando con lo sviluppo di un innovativo PageRank pensato per far emergere alla luce di Google Image Search un intero universo di immagini contestualizzate fino ad ora irraggiungibili.
Come il tradizionale PageRank implementato dagli algoritmi di Google Search scandaglia gli indici di testo per estrapolare i risultati pertinenti a una ricerca sul web, così la tecnologia in via di sviluppo nei laboratori del GooglePlex dovrebbe analizzare i bit di cui è composta ogni singola immagine raggiungibile in rete, ricavandone una indicizzazione dei contenuti da rendere disponibile per le ricerche dell'utente. In questo caso però gli indici corrispondono ai contenuti reali piuttosto che alle informazioni testuali associate ai file delle immagini.
Alla nuova tecnologia stanno lavorando Yushi Jing e Shumeet Baluja, autori dello studio PageRank for Product Image Search recentemente presentato alla World Wide Web Conference di Pechino. Implementando routine software per il riconoscimento delle immagini allo stato dell'arte, i due ricercatori Google sono riusciti a confezionare una funzionalità Ricerca Immagini in grado di evidenziare "miglioramenti significativi, in termini di soddisfazione dell'utente e rilevanza, in confronto ai risultati più recenti disponibili su Google Image Search".
Il sistema è ad ogni modo lungi dall'essere distribuito in the wild e implementato in Ricerca Immagini, nondimeno i test condotti estrapolando le informazioni presenti in immagini famose hanno fornito risultati incoraggianti. Immagini come ad esempio le riproduzioni della Gioconda, che nella raffigurazione allegata su questa pagina hanno un rank assegnato maggiore man mano che si procede verso il centro.
Qualora la tecnologia si rivelasse efficace in condizioni di utilizzo normali sarebbe di certo un notevole passo avanti per la ricerca on-line, non più limitata ai contenuti testuali ma potenzialmente in grado di portare alla luce, come già sottolineato, un numero tutto da quantificare di nuove risorse a portata di search.
Fonte: www.megalab.it
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Perché investire nel marketing?
La piccola impresa è parte rilevante del tessuto economico italiano, ma numerosi sono i piccoli imprenditori che non considerano ancora con la dovuta attenzione le opportunità di business offerte dagli strumenti di management per la crescita della propria azienda. Esiste in molte imprese una conoscenza tacita su come produrre, comunicare e vendere, dettata dal buon senso e dall'esperienza ma insufficiente per affrontare con piena professionalità le sfide di un'economia globalizzata e in continuo mutamento. Gli imprenditori fermi a un approccio "old economy" rischiano di non cogliere potenzialità e benefici che tecnologie e conoscenze sorte con l'avvento della new economy possono apportare alle proprie imprese. Fra i diversi strumenti di management, il marketing rappresenta una risorsa preziosa e in continua evoluzione, su cui investire per migliorare i prodotti/servizi e stabilire un legame duraturo con i clienti.
Che cos'è il marketing?
Il marketing d'impresa è parte di una strategia di mercato proattiva, dove è l'azienda a proporre prodotti e servizi sul mercato tramite precisi processi di analisi e tecniche di comunicazione. Philip Kotler, padre della disciplina, definisce il marketing «l'arte e la scienza di individuare, creare e fornire valore per soddisfare le esigenze di un mercato di riferimento, realizzando un profitto».
L'AMA Board, il più autorevole organismo internazionale, in una più recente definizione ne sottolinea la dimensione relazionale: «una funzione organizzativa e una serie di processi per creare, comunicare e fornire valore ai clienti e gestire le relazioni per il bene dell'organizzazione e dei suoi stakeholders».
Per l'imprenditore in azione è utile considerare il marketing come una disciplina orientata a fornire un set di strumenti analitici e operativi che permettono di conoscere e soddisfare bisogni e desideri dei propri clienti, tramite soluzioni efficaci e vantaggiose per entrambi. Vediamo come.
Marketing strategico e marketing operativo
Il concetto di marketing può essere scomposto in due dimensioni principali:
1. Marketing strategico: l'insieme delle alternative di mercato in linea con gli obiettivi strategici dell'azienda. Per ideare un'efficace strategia di marketing è necessario effettuare un'analisi del mercato per coglierne le opportunità e prevederne le minacce. Una strategia ben "studiata a tavolino" permette infatti di conoscere i propri punti di forza e di debolezza insieme a quelli della concorrenza, comprendere i bisogni degli attuali e dei potenziali clienti e, in base a queste informazioni, stabilire degli obiettivi, che dovranno essere ambiziosi e raggiungibili, per risultare motivanti, né per l'imprenditore né per i suoi collaboratori. Una buona strategia richiede anche di immaginare il metodo più efficace per raggiungere gli obiettivi di lungo termine in rapporto alle risorse disponibili - competenze, denaro, tempo e andamento del mercato di riferimento - per ottenere un vantaggio competitivo e difendere nel tempo i fattori critici ottenuti a scapito della concorrenza.
2. Marketing operativo: le azioni concrete per raggiungere gli obiettivi prefissati. È sinonimo di tattica, ovvero l'arte di disporre le risorse (denaro, professionalità, tecnologia) nel modo più efficace per il conseguimento degli scopi. E' il marketing che si realizza tramite l'approccio kotleriano basato sulla Teoria delle 4P: Prodotto, Prezzo, Promozione, Piazzamento (Distribuzione). Le quattro variabili o "leve" di marketing che l'imprenditore deve manovrare per trovare il marketing mix migliore in rapporto al mercato di riferimento. Chiaramente, l'esperienza quotidiana insegna meglio della teoria, ma la conoscenza di certi concetti gioverà al know-how dell'impresa.
Si intuisce quindi come il marketing management è un processo globale che coinvolge tutta l'azienda. Tutte le divisioni dovranno interagire armonicamente per rafforzare la coesione interna: il primo prodotto riconoscibile è l'azienda stessa. Per questo si parla di "Corporate image".
Il marketing interno
Altra leva di marketing che non rientra direttamente nella teoria kotleriana ma che è altrettanto importante, riguarda la gestione del personale. Solo l'imprenditore che riesce a interpretare e soddisfare le aspettative dei dipendenti riuscirà a soddisfare anche quelle dei clienti. Google, Toyota o Apple sono esempi concreti di aziende amate dai propri impegati, ambienti di lavoro dove i talenti più brillanti e le volontà più tenaci ambiscono a lavorare per sentirsi parte di un insieme riconosciuto e stimato.
Anche le piccole imprese possono creare relazioni armoniche al proprio interno seguendo lo stesso approccio: il senso di appartenenza, se sviluppato, si traduce in efficienza interna, fedeltà e desiderio di migliorare la qualità del prodotto e del proprio status professionale, producendo un'azione salutare per l'intero ecosistema economico: impresa, dipendente, mercato e clientela.
Fondamentale è la figura del leader che, con autorevolezza, riesce a far condividere le proprie scelte e mantenere coesi gli staff, coinvolgendo e motivando il personale nel processo decisionale. Raggiungere un obiettivo diverrà così sinonimo di benessere personale oltre che aziendale.
Il Marketing oggi
Oggi si assiste ad un'evoluzione customer-oriented nei processi di marketing dove, rispetto al passato, sono i clienti a orientare la produzione. Le imprese più intelligenti hanno infatti scelto di "ascoltare il cliente" ricalibrando le 4P in rapporto a ciò che il mercato gli suggerisce. Grazie anche alla nuove tecnologie digitali e alle grandi potenzialità della Rete, le imprese possono rilevare preziose informazioni dal mercato per realizzare soluzioni di business sempre più allineate con i bisogni della clientela. Pensiamo a strumenti come i blog, divenuti in pochi anni mezzi di comunicazione aziendale innovativi per dialogare con clienti in tempo reale e a costi bassissimi. L'imprenditore attento dovrà considerare di investirvi risorse per sviluppare un social network in linea con gli obiettivi aziendali: interagire per raggiungere e fidelizzare i clienti.
Fonte: www.pmi.it
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Roma, 7 mag. (Ign) – Quasi 690 milioni di euro nel 2007, oltre 960 milioni nel 2008 e un trend di crescita del 40% che si protrarrà anche nel 2009. Sono le cifre generate dagli investimenti nella pubblicità on line in Italia, un comparto in aumento costante a due cifre che il prossimo anno dovrebbe addirittura raggiungere il 10% del totale del settore pubblicitario. In occasione della prima edizione romana dello IAB Forum, il mercato della pubblicità on line fa parlare di sé su tanti fronti, soprattutto per quanto riguarda i formati e l’utenza ai quali è rivolta, l’importanza della ‘non invasività’ e della varietà di scelta.
Il futuro dell’advertising on line - ''Prevedo tra i principali elementi di cambiamento, da una parte una maggiore interattività e dall’altra un costante perfezionamento delle tecniche di segmentazione, affinché i messaggi siano indirizzati effettivamente verso utenti potenzialmente interessati ad essi'', spiega Mauro Lupi, vicepresidente IAB Italia, a IGN, testata on line del Gruppo Adnkronos. Proprio riguardo all’utenza, Lupi sottolinea come sia ''sempre più inopportuno parlare di target'' nel senso stretto del termine: oramai è necessario passare ''a un approccio orientato alla conversazione'' perché, aggiunge ancora, ''in Italia ci sono oltre 24 milioni di persone che si collegano a internet e, tra questi, più di 10 milioni la usano praticamente tutti i giorni. Sono persone cui la Rete – aggiunge - offre strumenti informativi e di maggiore indipendenza dalla pubblicità e dai media tradizionali, non ultima la possibilità di essere loro stessi dei produttori di contenuti influenzando le scelte o le non-scelte di acquisto di altri individui. Di fatto, internet sta aiutando le persone a svincolarsi dai target nei quali le aziende li hanno considerati negli ultimi 40 anni di pubblicità ‘mass market’. E questa – conclude - è la sfida degli operatori di comunicazione dei prossimi anni''.
Il ruolo dei social network – L’utente non più target è una delle tante sfide del mercato dell’advertising sul web. Giocheranno un ruolo importante anche gli investimenti delle pubblicità on line nei social network. "Un altro fenomeno che vedremo crescere sarà l’advertising per i social media. Anche in questo caso un distinguo è d’obbligo: la pubblicità nei social network deve essere integrata in modo curato e deve essere rilevante per la community'', dice a IGN Lorenzo Montagna, commercial director di Yahoo! Italia. Per andare incontro a questa esigenza, ad esempio, sono state ''lentamente introdotte campagne pubblicitarie nella propria community per eccellenza Yahoo! Answers e l’inserzionista è stato quasi sempre un ‘partecipante’ dell’iniziativa commerciale insieme agli utenti. Quindi una formula diversa da una tradizionale campagna di display advertising''. E non va dimenticata l’altra sfida, quella della pubblicità che si sposterà in futuro sui dispositivi mobili. ''Che nel caso di Yahoo! – spiega ancora Montagna – significano campagne di display advertising e search marketing appositamente sviluppate per gli utenti in mobilità''. E c’è chi punta proprio sul social network per ampliare il proprio business, anche se l’informazione on line si sta spostando verso i siti di informazione. Come Pixel Advertising che, spiega a IGN l’amministratore delegato Cristina Pianura, ''si polarizza sui siti verticali leader di settore per fronteggiare quelli informativi''. Per farlo, la concessionaria di Roma punta anche sulla novità, su un nuovo formato presentato a fine marzo, definito ''impattante'' e chiamato ‘Site Screen’. Un minisito che ''consente la navigazione al suo interno, ma è sovrapposto nella stessa pagina'' e che soprattutto ''non è invasivo: solo se l’utente è interessato si va avanti''.
Un business che chiede qualità e attenzione al cliente – Il mercato pretende tanto dalle concessionarie e all’ordine del giorno compaiono punti fondamentali come la ''qualità dei contenuti, la semplicità di proposizione dell’advertising e l’attenzione che si dà all’utente e ai segnali che lancia'', afferma l’amministratore delegato di Intelia, Fabio Valente conversando con IGN. ''Perché è un mercato molto attento'' al comportamento delle concessionarie che vengono scelte. Serve essere ''bravi, educati, attenti nel veicolare la pubblicità – avverte - in un settore che è complesso e nel quale contano le esigenze degli utenti''. E infatti, prevede Valente, il 2008 sarà un anno in cui il mercato ''sarà caratterizzato da sbalzi con aziende che cresceranno e altre che perderanno'' proprio perché ''i clienti ora sono preparati e vogliono attenzioni da chi li segue. Farà bene chi è bravo, la concorrenza è globale e accesa''.
Oltretutto, fa eco Alberto Gugliada, chief della concessionaria Tg|adv, ''le aziende stanno maturando una sempre maggiore consapevolezza dell’enorme potenziale rappresentato dall’advertising on line e dell’efficacia delle differenti soluzioni di comunicazione che le concessionarie sono in grado di offrire''. Iab 2008, sostiene Gugliada, ''permette agli operatori del settore di confrontarsi, e proporre soluzioni competitive e adeguate al mercato attuale''.
Il ‘rapporto’ con la televisione – Internet e la pubblicità sulla rete, infine, rubano spazi alla televisione per tempo passato davanti allo schermo, e lo fanno più ''di tanti alrti mezzi''. ''Il web è un medium oramai sempre più utilizzato anche in Italia'', e la tendenza per quest’anno è quella di un avvicinamento agli investimenti ''che produce la radio''. Nessun sorpasso col vecchio e caro tubo catodico, afferma a IGN l’amministratore delegato di AdLink, Carlo Poss, ma non va dimenticato che la televisione ''esiste da 50 anni – conclude - e internet da appena dieci''.
Fonte: www.adnkronos.com
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Possiamo definire la geo-targetizzazione come una attività di internet marketing mirata ed efficiente, in grado di raggiungere soltanto determinate aree geografiche di interesse, rispetto ad un target obiettivo.
Possiamo definire la geo-targetizzazione come una attività di internet marketing mirata ed efficiente, in grado di raggiungere soltanto determinate aree geografiche di interesse, rispetto ad un target obiettivo.
In un mercato fortemente competitivo, il raggiungimento di obiettivi specifici anche in ambito territoriale è diventato un elemento discriminate nelle scelte degli investimenti pubblicitari da parte delle aziende.
In questo ambito anche tutti i media digitali offrono la possibilità di poter generare campagne on line in ambito locale e circoscritto. Spesso in maniera inesatta, si ritiene che solamente l’utilizzo di strumenti di direct marketing digitale quali l’SMS Marketing e/o l’Email Marketing consentano la promozione commerciale in ambiti territoriali circoscritti.
In realtà molti altri strumenti di web marketing offrono le stesse opportunità commerciali, grazie al miglioramento delle tecnologie, consentendo anche a strumenti digitali quali campagne banner e keywords advertising di poter gestire campagne di visibilità mirata e locale.
Le nuove funzionalità implementate da google, ad esempio, per attività di keyword advertising permettono oggi di tracciare i confini territoriali nei quali consentire e/o restringere la divulgazione degli annunci pubblicitari on line.
La stessa modalità di comunicazione digitale può essere utilizzata anche con i principali editori on line per quanto concerne la gestione di campagne banner ad esempio su base regionale, geo-targetizzando il pubblico di riferimento, consentendo di evitare portali locali non significativi in termini di ritorno degli investimenti pubblicitari.
Le motivazioni per utilizzare detta modalità di presenza on line possono essere così riassunte:
- Aziende che operano soltanto in contesti geografici limitati;
- Aziende che intendono insediarsi o aumentare la presenza in certe aree geografiche;
- Aziende che desiderano lanciare un nuovo prodotto/servizio in fase di test in ambito territoriale ristretto;
- Aziende che, trovandosi in forte concorrenza in ambito territoriale circoscritto, desiderano rafforzare il proprio Brand.
Fonte: www.itnews.it
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Se il marketing è importante per raggiungere e creare clienti nuovi, oggi è sempre più utile domandarsi come mantenere un rapporto continuativo con i clienti già acquisiti.
La risposta sta nel CRM (Customer relationship management), ossia nella “gestione della relazione con il cliente”.
La sostanza della sua funzione attiene la raccolta di informazioni riguardanti la storia del cliente e il suo rapporto con l’azienda, al fine di seguirlo e soddisfare al meglio le sue esigenze sino ad una vera e propria personalizzazione del bene/servizio.
Da una parte l’azienda ottiene garanzie di espansione sul mercato e dall’altra il consumatore riceve l’importante beneficio emozionale di sentirsi un partner piuttosto che un anonimo soggetto del mercato.
Tuttavia, prima di implementare un sistema CRM, l’azienda deve preventivamente riorganizzare la sua struttura sia a livello tecnico sia sul piano formativo delle risorse umane, perché la soddisfazione del cliente dipende dal coinvolgimento organico di divisioni e persone che assumono nuove competenze e cultura sul concetto di centralità del cliente.
Non solo: per seguire bisogna che l’azienda individui la strategia più efficace ai propri scopi, perché senza management e marketing si andrebbe alla cieca e in modo indefinito. Inoltre, deve creare un preciso piano di comunicazione, perché la fidelizzazione è un processo trasversale nel quale occorre conoscere ed essere conosciuti.
“Avere coscienza del cliente”, quindi: questo sembra essere lo spirito nuovo che ogni azienda dovrebbe adottare, e che oggi in Italia si avvia con un po’ di lentezza.
Per fare alcuni semplici esempi, basterebbe informarsi presso i clienti sulla reale soddisfazione relativo al servizio reso, oppure andare anche oltre il proprio core business e rendersi disponibili anche per semplici consulenze alternative.
La differenziazione dell’azienda che il CRM è in grado di generare è notevole: tendere alla personalizzazione del servizio a favore dei clienti aumenta il prestigio dell’azienda a tutto vantaggio dell’acquisizione di altri clienti.
Applicazioni CRM consentono di sostenere bassi costi di raccolta e di elaborazione dati, mentre tramite Internet la velocità di relationship con clienti è molto alta.
Il CRM richiede una gestione del tutto nuova delle informazioni - da e per il cliente - e l’affidamento a un sistema articolato. Pertanto, produce un profitto nel lungo periodo.
Diverse sono le soluzioni software in grado di raccogliere e misurare i dati con precisione. Tuttavia anche il Web offre risorse di grande valore, che consentono uno scambio di comunicazione immediato e interattivo, e non più occasionale, tra impresa e clienti. Qualche esempio? Schede di segnalazione, newsletter, forum, FAQ, preventivi on line, chat e tanto altro ancora.
Fonte: blog.pmi.it
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Non so a quanti è capitato di ricevere negli ultimi mesi degli IM da Skype che promuovevano siti Web di aziende di e-commerce. A me è successo: un cordiale invito predefinito a visitare il loro portale e una discreta richiesta di essere aggiunti ai contatti per promuovere future offerte.
La provenienza, almeno dai miei contatti, sempre aziende Cinesi. Si tratta, a mio avviso, del primo goffo tentativo di utilizzare applicazioni di Instant Messaging per il Web Marketing, anche se nei casi citati, si potrebbe parlare più che di marketing, di spam via IM (o potremmo chiamarlo skypespam?).
Attualmente non mi sembra si parli molto delle potenzialità che si celano, in gran parte inutilizzate, in questa applicazione così popolare. Alcune interessanti riflessioni in materia, peraltro non recenti, si trovano su un post in Inglese di Gobala Krishnan (in particolare sull’uso dello Skypecast per il marketing).
Credo che il punto principale della questione sia nell’interazione tra le pagine Web e Skype. È già da tempo possibile mostrare con un semplice script il proprio status su Skype su una qualsiasi pagina Web.
Sebbene milioni di professionisti e aziende usino questo software per comunicare con clienti, dipendenti e collaboratori, poche hanno sfruttato l’opportunità di usare tali pulsanti per i loro siti Web aziendali o personali.
Sta di fatto che, con l’andare del tempo, l’email è diventato un mezzo non comodissimo per rapide comunicazioni: ci si trova a combattere con sempre più messaggi indesiderati, filtri antispam e lentezza dei server, mentre l’Instant Messaging garantisce una maggiore immediatezza e, in caso di necessità, permette di parlare a voce tramite chiamata, peraltro gratuita (anche se la Skype call, a mio avviso, è ancora lontana dalla qualità audio delle chiamate telefoniche tradizionali su rete fissa).
Se usiamo il “cerca utenti” di Skype e scriviamo ad esempio “spa“, limitando il campo della ricerca alla sola Italia, troviamo un centinaio di contatti, molti dei quali effettivamente dipendenti di vere Società per Azioni italiane.
Stesso dicasi per le altre sigle (srl, snc, sas, etc) o per la parola “azienda“; questo vuol dire avere accesso ad un gran numero di informazioni e contatti, che potrebbero essere oggetto in futuro di marketing intelligente e non invasivo, sperando che si riesca ad arginare lo spam che si prepara ad arrivare anche sulle piattaforme di Instant Messaging/VoIP.
D’altro canto, le aziende potrebbero rendersi reperibili tramite sito Web e pulsante Skype, per assistenza o informazioni su servizi e prodotti, senza dover ricorrere a email o telefono tradizionale, con la possibilità di gestire in tempo reale le richieste degli utenti.
Si parla di Skype, ma non è detto che questa potenzialità non possa essere utilizzata da altre applicazioni simili, magari anche più elaborate e basate sulla gestione via browser anziché via client come avviene per Skype.
Potrebbe essere forse Twitter, la nuova applicazione intorno alla quale si è creato molto interesse, il possibile concorrente di Skype in quest’ambito?
Oppure dovremo aspettare che qualcuno si decida a inventare qualcosa di nuovo, magari riutilizzando tecnologie già esistenti?
Fonte: www.onemarketing.it
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Grazie a questo utile e gratuito tool online, è possibile verificare se qualcuno ha copiato (con un bel copia e incolla veloce veloce) i contenuti testuali delle nostre pagine Web. Questa eventualità si verifica spesso nel Web, anche contro la volontà dei creatori dei contenuti, o magari senza menzionare i veri autori, facendo passare per proprio ciò che si mette online.
Sia dal punto di vista del SEO, che del copywriting, la creazione di contenuti testuali di buona qualità e inediti è un compito impegnativo e di grande importanza, per cui, mentre nel caso di un testo sotto licenza creative commons o simile, la possibilità di copiare rimane aperta, per le pagine Web di portali e siti aziendali il discorso è molto diverso, e spesso va a toccare anche anche aspetti legali e di copyright.
Tuttavia, può capitare che qualche frettoloso Web master (o chi per lui) decida di riutilizzare contenuti altrui, senza farsi troppi scrupoli, confidando sul fatto che la rete è così vasta che difficilmente si possa scoprire il suo operato tra milioni e milioni di pagine online; copyscape ci aiuta a smascherare chi plagia con un semplice meccanismo: noi inseriamo nel form di ricerca l’URL di una nostra pagina Web e lui estrae tutte le parole in essa contenute, per poi andare a verificare se qualche altro sito esterno al nostro utilizzi le stesse parole nello stesso ordine.
Il tool ci dice esattamente quante e quali parole, usate in altri siti, sono uguali a quelle che noi abbiamo scritto.
Credo che qualcuno dei lettori, facendo qualche tentativo, potrà trovare molte sorprese (classica situazione è quella del sito in italiano che, nella versione inglese, ha copiato i contenuti da altro sito, pur di non assoldare un traduttore o copywriter decente).
Ovviamente se il sito che copia non è stato indicizzato dai motori di ricerca, sarà impossibile scovarlo tramite questo tool.
Ciò che resta da dire è che i contenuti (testuali e non) sono una aspetto molto importante ai fini della visibilità online e giocano un ruolo primario anche nella visibilità sui motori e nell’incremento di visite e link popularity; diamo loro quindi la giusta importanza, non copiamo e non lasciamo che gli altri ci copino.
Fonte: www.onemarketing.it
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Eravamo certi che prima o poi Google ci sarebbe arrivata. Alla Conferenza Internazionale del Word Wide Web a Pechino due cervelloni dell’azienda hanno presentato il VisualRank, un algoritmo che permetterebbe di classificare in modo simile al PageRank le immagini presenti nei siti.
Una notizia ancora passata un po’ in secondo piano, ma riportata dal New York Times negli Usa e da VisionPost in Italia, sarebbe una grande novità che determinerebbe una rivoluzione nel sistema di indicizzazione e ricerca delle risorse su Internet.
Per comprenderne la potenza pensiamo all’enorme differenza tra una pagina web e un’immagine. La prima contiene parole e link, che non sono altro che “frasi” particolari, e la sua indicizzazione è, relativamente, semplice: basta avere le risorse, computer collegati tra loro con una sufficiente potenza di calcolo, ma l’algoritmo in sé è qualcosa che si avvicina molto a quello di un “search” in un editor di testo qualsiasi.
Per le immagini questo tipo di algoritmo non può valere. Scartato a priori il metodo di ricerca di pixel di colore uguale in posizioni simili, in verità ancora considerato da molti servizi (per esempio Riya con Like.com per lo shopping), ma che comporta un esborso notevole in termini di calcolo e di risorse, Google utilizza lo stesso metodo del confronto ma in modalità macro, ovvero confrontando le immagini nella loro completezza contenute in un certo database.
Con l’ausilio di un software di visualizzazione, le immagini vengono confrontate e gli viene assegnato un valore a seconda della loro frequenza sul web. L’anima marketing dell’azienda ha già urlato ai quattro venti che il database di Google è il più completo del web, probabilmente perché non ne esiste uno simile. O, almeno, non esiste concorrente che possa mettere in campo la stessa batteria di risorse.
La sperimentazione, secondo i tecnici di Google, si è focalizzata nelle 2mila ricerche più frequenti considerando parole come iPod, Xbox e Zune (il lettore Mp3 di Microsoft). Per le personalissime ricerche iconografiche finora ci si doveva affidare al pur ottimo Google Images. Ma questo tipo di ricerca, in verità, continuava a essere fatta sulle parole inserite nella pagina web che conteneva una certa immagine.
Così, paradossalmente, poteva succedere che una pagina con un rank molto alto che contenesse la parola Google ripetuta all’infinito ma con un’immagine di Steve Ballmer, riportasse come primo risultato in una ricerca su Google Images la faccia del capo di Microsoft associata alla parola chiave Google. Errore. Con il nuovo VisualRank questo non dovrebbe succedere. È evidente che questo è solo il primo passo. Se il sistema sarà affidabile potrà essere utilizzato per ogni tipo di contenuto non testuale: musica e video per esempio.
Fonte:www.lastampa.it
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Anche le mappe di ViaMichelin adesso sono 2.0. Il sito di proprietà dell’azienda degli pneumatici, tra le destinazioni più popolari in Europa in fatto di mapping e guide stradali, ha presentato la sua versione rinnovata, con l’aggiunta di immagini satellitari, funzioni di community e una sezione personale su cui pianificare e archiviare i propri viaggi (“Il mio ViaMichelin”).
In un processo apparentemente inarrestabile, la rivoluzione del Web partecipativo continua a contagiare e conquistare nuovi territori. Fino a un paio d’anni fa, i suoi orizzonti si limitavano ai pur vasti oceani dei social network (MySpace, Facebook), dei contenitori di materiale user-generated (Flickr, YouTube) o di quel grande laboratorio di conoscenza collettiva chiamato Wikipedia.
Oggi il 2.0 è praticamente ovunque. Il primo a cedere alle sue lusinghe è stato il mondo della comunicazione e dell'informazione: non c’è sito di giornale, webzine, network tv o radio che ormai non offra strumenti di partecipazione. Ma il virus si è presto diffuso all’arte e allo spettacolo. Le nuove frontiere della promozione e distribuzione musicale impongono un avvicinamento delle rockstar al proprio pubblico. Il cinema scopre le magie del viral marketing (dove essenzialmente la promozione viene lasciata fare al passaparola online) e persino una striscia di fumetti tradizionale come Dilbert decide di reinventarsi in senso 2.0 e di invitare i lettori a fare qualche mash-up (cioè a modificare le strisce originali).
In un contesto del genere, è naturale che servizi orientati all’utente come ViaMichelin trovino una naturale evoluzione “social”, tra personalizzazione e interattività. Il vero corto circuito è un altro ed è ormai alle porte: l’incontro tra il Web 2.0 e il mondo delle aziende, del commercio e dell’interesse economico. Nato come voce del popolo di Internet e forgiato su una natura spesso squisitamente non-profit (Wikipedia, le pagine MySpace, i blog personali), il Web risorto dalle ceneri della prima new economy è ormai pronto a essere sottoposto al più rischioso esperimento genetico.
Nei mesi scorsi, molte aziende hanno provato a giocare con i blog e con le community. Oggi quegli esperimenti spesso un po’ pacioccati e naif si accingono a mutare in veri e propri investimenti strutturali. Il boom della comunicazione e delle relazioni orizzontali su Internet ha raggiunto esperti di marketing, dirigenti e manager ed è ormai diffusa la convinzione che bisogna trovare un nuovo modo per parlare con i propri clienti.
Secondo un recente studio di Forrester Research, nei prossimi cinque anni gli investimenti delle aziende in tema di Web 2.0 faranno segnare un balzo vigoroso: il 43% in più ogni anno, per raggiungere i 4,6 miliardi di dollari a livello globale nel 2013. La Rete sarà invasa da migliaia di nuovi blog, widget, wiki, social network, mashup a finalità aziendale. Strumenti che avranno la funzione di mettere in contatto persone, sì, ma in un’ottica commercialmente tutt’altro che disinteressata.
Ulteriore rivoluzione o restaurazione? Un passo verso la maturità della Rete o la fine del sogno? Il controllo dall’alto e l’accezione yes-profit sembrano provenire da una direzione completamente opposta a quella che ha permesso lo sviluppo e l’esplosione del Web 2.0. Non è un caso se proprio i soldi e i profitti siano la storica spina nel fianco degli imprenditori dell’Internet partecipativa, che parlano molto più spesso di milioni di utenti attirati che non di milioni di dollari guadagnati.
Più che consumatori di prodotti, gli utenti che li affollano e li vivacizzano sembrano essere dei consumatori (e produttori) di idee. Cittadini che spesso hanno risposto in modo entusiasta alla chiamata del 2.0 proprio per quel senso di libertà dalle regole del sistema economico e di trasparenza comunicativa che si respira sulla blogosfera, su MySpace, su YouTube, su Flickr o anche sui forum dei giornali.
Tuttavia, sarebbe sbagliato pensare a un sistema completamente slegato dalla moneta. Nell’Internet sociale sono nati anche piccoli e grandi modelli di business, alcuni anche piuttosto efficienti e redditizi, ma tutti resi possibili da una perfetta interpretazione del contesto, dell’habitat digitale, del suo spirito e della mentalità dei suoi abitanti. Il prezzo fai-da-te dell’album dei Radiohead, i siti che vendono t-shirt disegnate dagli utenti ma anche alcune strategie online delle compagnie aree low cost sono dei buoni esempi.
Il difficile per una azienda non è certo aprire un blog o un wiki. Semmai è riuscire a farlo senza dare agli utenti l’impressione di voler disperatamente vender loro qualcosa. Senza trattarli come semplici clienti o, ancora peggio, numeri. Riusciranno le multinazionali a comprendere questo spirito o si limiteranno a riverniciare la loro facciata con la scritta 2.0? E come reagirà il pubblico di fronte a questa ondata di nuovi servizi partecipativi che presumibilmente pioverà dall’alto nei prossimi mesi, affiancandosi a quelli già esistenti? Come si trasformerà l’ecosistema sociale di Internet? Assorbirà l’impatto o, come inizia a ipotizzare qualche commentatore, scatterà in avanti verso l’ennesima mutazione genetica (l’ancora misterioso ma già piuttosto atteso Web 3.0)?
Fonte: www.lastampa.it
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Un paio di anni fa il giornalista di Internazionale James Fallows dimostrò l'utilità e l'efficacia delle applicazioni online di nuova generazione, trascorrendo due settimane collegato ad internet ed utilizzando unicamente servizi del web 2.0 per fare (quasi) qualsiasi cosa.
Nonostante potesse sembrare azzardato allora, la verità è che oggi molti di noi (me compresa) usano le applicazioni del web 2.0 per comprare libri, tenersi in contatto con gli amici lontani, arricchire il proprio network professionale di contatti, ascoltare musica e persino farsi consigliare ristoranti e alberghi.
La definizione del web 2.0 è di Tim O'Reilly, fondatore della O'Reilly media e specialista del web e dei suoi nuovi trend, e riguarda la concezione della rete come piattaforma, servizio, applicazione che richiede all'utente una forte dose di interattività e personalizzazione. Dalla semplice pubblicazione si passa quindi alla partecipazione, dai contenuti organizzati in directories al tagging, dai siti personali ai blog.
Per ripetere l'esperimento di Fallows sulla mia pelle e sfatare il mito che il web 2.0 possa soddisfarequalsiasi esigenza, mi sono soffermata ad analizzare una mia giornata non lavorativa tipo: accendo il computer e leggo la posta, seguita dagli RSS delle principali notizie dei siti e blog più interessanti. In sottofondo c'è Last.fm, web radio dalle infinite possibilità che crea "un dettagliato profilo per ogni utente, e include i suoi artisti e canzoni preferiti in un sito web personalizzabile" (fonte Wikipedia), tanto da dare luogo ad un flusso musicale in base alle preferenze dell'utente. Dopo un'occhiata a You Tube per scovare gli ultimi video inseriti o per ritrovare la sigla del telefilm degli anni '80 che stiamo quasi per dimenticare del tutto, passo per Amazon, dove oltre agli sconti mi attendono anche recensioni di film, libri, CD e molto altro e perché no per eBay, molto utile in particolare quando si ha bisogno di recuperare velocemente e a poco prezzo una parrucca rosa per una festa in costume...
Dopo aver scaricato le foto dell'ultimo week end di vacanza su Flickr e averne postate alcune su Facebook per condividerle con gli amici, aggiorno il curriculum professionale su Linkedin, potrebbe sempre servire. Per la serata cerco il concerto di un amico batterista su MySpace e prima di uscire mi dedico alla lettura di un paio di blog divertenti bookmarkati su del.icio.us.
In effetti da fuori sembra delirante. Ma provate ad utilizzare alcune applicazioni e non potrete (forse) più farne a meno.
Fonte: www.lastampa.it
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Sensitive Space System, ovvero anima e corpo dei clienti “catturati” dal punto vendita. In altre parole, “se vuoi vendere devi intrattenere il consumatore”: questa, in effetti, sembra essere la nuova formula che integra il marketing esperienziale.
In un certo senso, si tratta della rivoluzione di pensiero e strategia per un’impresa, che punta così a facilitare l’approccio al brand mediante accorgimenti tecnologici avanzati.
Il risultato pratico di questa innovazione è che il cliente entra in uno spazio commerciale che già di per sé infrange gli schemi comuni. Lo spirito è unire il marchio a veri e propri effetti speciali, studiati ad hoc sulla base del settore/prodotto merceologico. Ciò si realizza con quella che è stata definita una “creazione non architettonica”.
Sembra infatti che pubblicità, assortimento e personalizzazione dei prodotti abbiano bisogno di strumenti aggiuntivi per penetrare il mercato. Non fosse altro perché nella presenza multipla di spot e inserzioni promozionali - e nella indefinita articolazione del marketing - ai consumatori non basta più la semplice visione o il solo ascolto del messaggio.
Come è noto, “la logica fa pensare e le emozioni fanno agire”. In questa massima è racchiusa la rilevanza del potenziale analogico della nostra mente, che si nutre di sensazioni non misurabili e dalla quale dipende l’efficacia del ricordo.
A differenza del vecchio negozio, della desueta struttura disorganizzata, del grigio punto vendita o espositivo, il “sistema ambientale” di cui stiamo parlando è una dimensione surreale in grado di comunicare ai cinque sensi dell’individuo e “riempire” positivamente il suo interesse.
In pratica il retail, l’esposizione o la fiera, diventano uno spazio virtuale con luci, effetti sonori, grafica futuristica, animazioni, proiezioni e filmati cangianti. Le pareti presentano immagini che annullano la sensazione di limitatezza spaziale mentre il marchio viene presentato in forme e colori di ogni specie.
E’ interessante provare anche l’effetto sorpresa, studiato in funzione del reparto o settore: per esempio fragranze profumate o degustazioni particolari.
Il cliente trova accoglienza in una dimensione alternativa, quasi parallela alla realtà. Nello stesso tempo ha la possibilità di provare la peculiarità del prodotto sentendone la profondità, la morbidezza, la comodità, il profumo, la magia.
I contenuti digitali vengono distribuiti in spazi gestiti da centrali remote e il risultato proviene dalla convergenza fra IT, Electronic Display e Media.
Diversamente dalle modalità statiche tradizionali, il Sensitive Space System crea, proietta, gestisce e programma immagini digitali di alta qualità, oltre che miscelare immagini e testi per informare, divertire, sensibilizzare. Inoltre, identifica clienti e mercati con politiche di brand personalizzate e crea sinergie fra tecniche di marketing tradizionale e avanzate come il Web.
Fonte: blog.pmi.it
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Secondo l'ultimo rappoeto Eurostat, l'Italia rimane comunque fanalino di coda per quanto riguarda il numero di navigatori abituali su Internet in compagnia di paesi come Lituania, Slovenia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Cipro
BRUXELLES – Oltre 250 milioni di europei fanno uso costante di internet, l’80% accede a connessioni a banda larga e il 60% dei servizi pubblici in Ue sono già disponibili online. Due terzi delle scuole e il 50% dei medici si avvalgono di connessioni veloci grazie alla rapida diffusione della banda larga in Europa. È quanto emerge dal rapporto Eurostat della Commissione europea sui progressi registrati dai 27 stati membri nel settore dell’ICT, a distanza di due anni dall’attuazione del programma strategico denominato «i2010-Una società europea dell’informazione per la crescita e l'occupazione», lanciato a giugno 2005.
Il rapporto mostra che nel corso del 2007 i nuovi utenti internet nella Ue sono stati quasi 40 milioni. Negli ultimi 5 anni, l’ICT ha avuto un impatto decisivo soprattutto nel settore pubblico che ha trasferito numerosi servizi di istruzione e sanità direttamente online.
L'Italia rimane comunque fanalino di coda per quanto riguarda il numero di navigatori abituali su Internet in compagnia di paesi come Lituania, Slovenia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Cipro. Rispetto alla media Ue 27 del 50%, l’Italia si attesa attorno al 35%. In controtendenza però la performance italiana per la diffusione della banda larga nelle scuole, che si attesta leggermente al di sopra della media europea. In questo settore secondo la Commissione Ue «i progressi compiuti in Europa sono stati sorprendenti: nel 2001, la percentuale di scuole collegate a Internet e che disponevano di un proprio sito era quasi nulla. Oggi, la percentuale raggiunge ben il 96%».
In materia di sanità, invece, dal 2002 a oggi si è passati dal 17% al 57% dei medici che trasmettono e ricevevano i dati dei propri pazienti tramite internet. Sono saliti, inoltre, al 46% (rispetto all’11% del 2002) gli utenti che ricevono risposta elettronica alle analisi di laboratorio per via telematica sempre collegandosi ai siti delle unità sanitarie.
«Il 77% delle aziende europee sta beneficiando dei progressi compiuti nella diffusione dell’accesso alle connessioni veloci», ha commentato il commissario Ue per la società dell’informazione, Viviane Reding, soddisfatta dei risultati raggiunti dai programmi Ue dal 2005 ad oggi. Tuttavia, il rapporto Eurostat mostra che il 40% dei cittadini Ue non può beneficiare di tale progresso perché non ha ancora accesso al Web.
In Bulgaria, Romania e Grecia, ad esempio, i dati di utilizzo di internet risultano inferiori alla media europea, in quanto buona parte dei cittadini non dispone di connessioni. Danimarca e Paesi Bassi, invece, guidano la classifica dei cittadini online. Prossima tappa, già a maggio, il lancio di progetti su larga scala a sostegno di nuovi servizi pubblici online di carattere transfrontaliero, come, ad esempio, le carte di identità elettroniche e le firme digitali.
Fonte: www.lagazzettadelmezzogiorno.it
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Come è abbastanza ovvio le aziende sono sempre alla ricerca di nuovi ed efficaci strumenti di marketing. Tra questi i social media si stanno ritagliando un ruolo sempre più importante nelle strategie di business.
Secondo Paul Gillin (autore di The New Influencers), le aziende avrebbero però difficoltà nel trovare dei parametri di misurazione efficaci. Questo è quanto emerge dal suo rapporto “New Media, New Influencers, and Implications for the Public Relations Profession“, stilato per New Communications Research (SNCR).
Le metriche infatti non risultano ancora ben definite. Così svariate società si stanno cimentando nel tentativo di trovare una misurazione efficace dei social media, Jeremiah Owyang ne ha stilato un elenco. Mente Katie Delahaye Paine, nel paper “How to Measure Social Media Relations: the more thing change, the more, they remain the same“, scritto per l’Institute for Public Relation, invita a definire prima l’oggetto della misurazione per evitare di brancolare buio.
Nel report Gillin sopra citato, sono riportati i risultati del sondaggio condotto tra 297 professionisti della pubblicità, del marketing, delle PR e della comunicazione aziendale. Gli intervistati confermano (57%) che gli strumenti dei social media stanno diventando sempre più preziosi, per il 27% sono un elemento centrale della propria strategia di comunicazione, solo il 3% non vi attribuisce alcuna importanza.
Tra gli strumenti dei social media i più usati sono i blog (78%) e i video online (63%), seguono a ruota i social network (56%) e i podcast (49%).
Anche se le agenzie di marketing non sembrano ancora aver abbracciato questa filosofia investendoci grandi parti del proprio capitale, stando a quanto si legge nel sondaggio di sondaggio iMedia Connection. A quanto pare infatti un’agenzia di marketing degli Stati Uniti su tre, tra quelle intervistate all’iMedia Breakthrough Summit, prevede di spendere meno di 300 mila dollari nel marketing dei social network. Mentre il 29% dei marketer prevede una spesa superiore ai 2 milioni di dollari sui social network.
Il campione non sarà rappresentativo, ma fornisce comunque un buon indice di una tendenza.
Secondo le previsioni di eMarketer, quest’anno negli Stati Uniti si spenderanno qualcosa come 1,6 miliardi di dollari per gli annunci online sui sui social network.
Fonte: blog.pmi.it
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Rispetto allo scorso anno, si è realizzata una consistente espansione sia dei marchi che dei punti vendita: rispettivamente +7,8% e + 7,2%, pari a 64 marchi in più e a un incremento di circa 3000 unità dei punti vendita, cui è corrisposto un aumento del personale occupato del 5,3% e una buona performance del giro d’affari (+8,7%), che sfiora perciò i 19 miliardi di euro.
I 45.751 punti vendita in franchising rappresentano il 6% del totale degli esercizi del commercio al dettaglio che operano in Italia; nell’abbigliamento la percentuale sale al 10%, ovvero un negozio di abbigliamento su 10 opera in Italia con la formula del franchising.
Il grado di internazionalizzazione delle reti tende ad aumentare: quattro franchisor su dieci hanno un responsabile sviluppo estero; il 19% è presente all’estero con punti vendita diretti. Le aree dove si prevede una maggiore espansione sono i Paesi dell’Europa dell’Est (Ucraina, Romania Russia) e l’Oriente (Asia, Cina, Giappone).
Sale l’investimento iniziale richiesto (da 70 mila a circa 80 mila euro). In aumento la quota di franchisor che richiede un diritto di entrata; in calo invece la percentuale di franchisor che richiede il pagamento di una royalty. E’ donna il 22% dei responsabili delle reti in franchising.
Per l’analisi della distribuzione territoriale e settoriale dei punti vendita in franchising operanti in Italia ci si è avvalsi per la prima volta dei dati della BRD Consulting e dalla G&O, società specializzate nel geofranchising. Le aree a più alta densità di punti vendita in franchising (PVF) sono - oltre che quasi tutti i Capoluoghi di Regione - la gran parte delle province lombarde e venete e l’area costiera del tirreno centro-meridionale. La Sardegna è la regione con la più bassa diffusione di PVF, assieme alla Val D’Aosta. Da notare che tra le Regioni del Centro-Nord quella con minor densità di PVF appare la Toscana.
Nella distribuzione settoriale dei PVF prevale il settore del commercio al dettaglio non alimentare (54% dei PVF), seguito dai servizi (39%). Il settore food raccoglie circa il 6% dei punti vendita.
«E’ una manifestazione importante che fa incontrare la domanda con l’offerta – ha affermato il presidente della FIF (Federazione Italiana Franchising) - Confesercenti, Patrizia De Luise - in un momento in cui il settore si dimostra forte nonostante la crisi economica. Il franchising sta infatti mostrando un trend in costante crescita, con un significativo aumento dei negozi e dell’occupazione. Per questo è necessario seguire e monitorare questo settore e rafforzarlo ulteriormente sul territorio. Si tratta infatti di uno strumento importante sia per le imprese già esistenti che per quelle che si affacciano per la prima volta sul mercato. La legge che disciplina il settore e che abbiamo fortemente voluto poi – ha concluso la De Luise – ha contribuito e contribuisce alla razionalizzazione ed al rafforzamento dei marchi».
Fonte: www.newsfood.com
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Se Google avesse uno sfondo nero anzichè bianco, consentirebbe di risparmiare in termini di consumo energetico dei monitor. La proposta, lanciata sul blog EcoIron da Mark Ontkush, sta infiammando la blogosfera, che si mostra critica nei confronti delle iniziative intraprese da alcuni siti come Neroogle e Blackgoogle, che offrono un motore di ricerca analogo a Google, ma con un look completamente nero.
Si tratta di un'interessante iniziativa che potrebbe porre le basi per un approccio ecosostenibile al web ed alle nuove tecnologie, anche se in questi giorni sta scatenando non poche polemiche.
Ecoblog fa notare come "Google riceve circa 200 milioni di query al giorno. Supponiamo che ogni query resti visualizzata per 10 secondi, questo significa che la schermata di google resta visualizzata per 555.000 ore sugli schermi. Supponiamo anche che la pagina venga caricata a tutto schermo e moltiplichiamo per il risparmio dello schermo nero (15 watt). Otterremo un risparmio mondiale di 8.3 MWh al giorno (300.000 $ in un anno)"
Molti sostengono che 300.000 dollari non siano una cifra rilevante, altri sottolineano come sulle pagine di questi siti compaiano in abbondanza annunci pubblicitari e banner, a dimostrazione del fatto che chi ha messo online questi motori di ricerca sia più interessato a guadagnare sfruttando il tema dell'ecologia che al risparmio energetico, che, del resto, si realizza solo su monitor CRT e non su quelli LCD.
Positiva o meno che sia l'iniziativa e indipendentemente dal reale risparmio che consentirà di ottenere, il flame che si è creato attorno a questo tema dimostra come l'attenzione verso l'ambiente ed uno sviluppo più sostenibile sia molto alta e come molte persone siano pronte a confrontarsi su temi delicati e sensibili come quello del risparmio energetico, anche e soprattutto su Internet.
Fonte: www.verdesperanza.net
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La Gran Bretagna dovrebbe essere il primo paese per il quale internet diventerà il principale medium su cui veicolare contenuti pubblicitari. I tassi di crescita parlano chiaro, al momento la rete è dietro a stampa e televisione ma cresce con più rapidità.
Ancora un anno e mezzo e la pubblicità in rete sarà in grado di generare un giro di affari maggiore della pubblicità per la televisione. Tutto ciò almeno in Gran Bretagna, mercato che in occidente è secondo solo agli Stati Uniti ma che nel mondo della pubblicità online è il primo con un volume d'affari di 5,6 miliardi di dollari.
A fornire le statistiche è l'Internet Advertising Bureau assieme a PricewaterhouseCoopers e il World Advertising Research Center: i tre enti hanno analizzato tutte le dimensioni della pubblicità in rete notando come la crescita sia guidata dalla crescente diffusione di computer portatili e di video in rete. La Gran Bretagna poi nel settore della web tv può vantare esempi di grande successo come il portale iPlayer di BBC.
Si parla per il settore di un aumento nello scorso anno del 38%, che sembra possa continuare ad aumentare in virtù dei tempi di permanenza in rete che si allungano e delle connessioni a banda larga che si diffondono. Una crescita che sommata alle altre perdite porta il totale del settore pubblicitario britannico ad un aumento del 4,3% verso i 22 miliardi di euro. Rispetto agli altri media invece al momento internet incide per il 15,3% sul totale, mentre la stampa per il 20% e la televisione per il 21%.
A salire sono soprattutto i banner e le forme di pubblicità in video (31%), mentre il settore dell'advertising contestuale cresce con più moderazione poichè necessita di una fase di "apprendimento" da parte di chi pubblicizza, per capire quali siano le parole o le frasi chiave da abbinare alla propria pubblicità.
Fonte: business.webnews.it
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La tecnologia Google, a lungo considerata un semplice accessorio del web, si è messa a servizio delle organizzazioni umanitarie. La piattaforma di Google Earth, oltre a offrire uno strumento d’indagine per vacanzieri in cerca di mete, permette anche di visualizzare i luoghi lontani dal benessere in cui viviamo. Google, in collaborazione con l’associazione Unhcr, offre uno sguardo dettagliato sui campi di soccorso per rifugiati, fornendo un ritratto fedele delle zone colpite dalla povertà.
Il programma Earth Outreach di Google permette di esplorare l’intera superficie terrestre spostandosi attraverso le immagini tridimensionali del satellite. Rebecca Moore, a capo del progetto di Google, ha affermato che immagini ad alta definizione relative alla zone colpite da crisi umanitarie possano aiutare a catturare l’attenzione pubblica mondiale, “abbiamo capito che Google può diventare un potente e significativo strumento” ha aggiunto.
Un portavoce di Unhcr ha aggiunto: “E’ la prima che volta che utilizziamo le mappe a scopo informativo”, dichiarando anche di voler usare le immagini per dimostrare che i campi sono ben funzionanti.
Fonte: quomedia.diesis.it
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Cresce la pubblicità sulla carta stampata e ancor più su internet. E nella prima categoria, sono soprattutto i quotidiani free press a far registrare un vero e proprio boom. E' quanto emerge dai dati dell’Osservatorio Stampa FCP sul fatturato pubblicitario nel periodo gennaio-febbraio 2008.
Complessivamente, rispetto allo stesso periodo del 2007 gli investimenti sul mezzo stampa sono cresciuti del 6,4%. I quotidiani in generale hanno registrato un incremento del 3,1% del fatturato dell’8,7% negli spazi pubblicitari, con una conseguente diminuzione del prezzo medio.
In particolare, i risultati dei quotidiani a pagamento sono stati positivi sia per fatturato (+2,5%) che per spazio (+8%), mentre i quotidiani free press sono cresciuti del 14,3% in fatturato e del 19,4% in spazi, sia nella tipologia commerciale nazionale che nella locale.
I periodici in generale hanno registrato un forte incremento di fatturato (+14,3%) e una crescita degli spazi (9,6%); anche i settimanali sono cresciuti sia per fatturato (+17,3%) sia per spazio (+16,7%). Per i mensili si registra un incremento di fatturato e spazio rispettivamente dell’11.2% e del 6,3%.
Per quanto riguarda la pubblicità online, il fato relativo a gennaio-febbraio 2008 registra una crescita del 35% sullo stesso periodo del 2007: in particolare, la tipologia ad banners cresce del 26%, sponsorizzazioni e bottoni del 27%, altre Tipologie del 59%, gli sms del 173%, e-mail e newsletter del 16%, le keywords del 12%.
Fonte: canali.libero.it
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I motori di ricerca, come Google o Yahoo, non potranno conservare i dati personali degli utenti per piu' di sei mesi. Lo stabilisce un accordo del gruppo GT29, che unisce le agenzie della protezione dei dati personali dell'Ue, e sulle cui indicazioni si basa la legislazione comunitaria. GT29 ritiene che non ci sia nessuna base legale perche' i motori conservino i dati per 13-18 mesi come avviene oggi. Nel caso in cui li conservino piu' a lungo, dovranno dimostrare in modo chiaro che e' una misura indispensabile per agevolare il servizio o per prevenire frodi. Le autorita' nazionali potranno imporre anche periodi piu' brevi di sei mesi. In quanto agli utenti, essi devono poter avere il diritto di accedere, controllare e correggere i propri dati.
Fonte: www.aduc.it
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Riparte (finalmente) a maggio Audiweb, l'indagine di rilevazione dell'audience di internet interrotta due anni fa dopo la rottura del contratto con il fornitore dei dati (Nielsen NetRatings) e mai riavviata con quello che avrebbe dovuto sostituirlo (Tns Infratest). Martedì, in una conferenza stampa a Milano, Enrico Gasperini (presidente di Audiweb dall'aprile dell'anno scorso) presenta la nuova ricerca, che oltre a ridare agli operatori del settore un dato "certificato" ufficialmente sulla navigazione dei siti web, introdurrà importanti novità rispetto alla "vecchia" Audiweb.
Quali novità? Gasperini assicura di voler tenere la "bocca cucita" fino alla presentazione di martedì. Curioso, visto che della rinnovata Audiweb lo smemorato presidente aveva già parlato in occasione dello Iab Forum, nel novembre scorso (clicca qui per vedere il video del suo intervento).
In sintesi, il fornitore del dato sarà nuovamente Nielsen (attraverso Nielsen Online) e sarà introdotto un software di pianificazione (prodotto da Mediasoft, Memis ed Mcs) ispirato a quello utilizzato per la tv, che permetterà ad agenzie, concessionarie e centri media di pianifcare con accuratrezza i target socio-demografici.
Il dato fornito da Audiweb sarà elaborato sulla base dei numeri forniti liberamente dagli editori dei siti (che per la grande maggioranza utilizzano il software Site Census, fornito dalla stessa Nielsen Online) combinato con quelli rilevati su un panel di utenti (attraverso lo strumento Netview, sempre di Nielsen Online).
Fonte: canali.libero.it
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L’Associazione dei webmaster cattolici (www.webcattolici.it) vara un corso on line per diffondere l’uso delle nuove tecniche di internet tra i suoi associati. Una proposta di 6 mesi, dal titolo “Comunicazione on line e web 2.0”.
Chiesa e Web 2.0, una nuova sfida nella comunicazione ecclesiale. Sembra questo l’auspicio dell’Associazione dei webmaster cattolici (www.webcattolici.it), che vara un corso on line per diffondere l’uso delle nuove tecniche di internet tra i suoi associati.
Quella che fino a poco tempo fa sembrava poco più di una moda si è attestata come paradigma del nuovo modo di concepire il web. Non più siti statici, magari non aggiornati per mesi: le parole d’ordine ormai sono collaborazione, coinvolgimento, dinamicità, interattività. Per non parlare poi di concetti ormai comuni nell’uso della rete, come l’approccio ai forum, ai blog, ai wiki, ai social network, passando per i social media, i servizi di tagging e di aggregazione di feed.
Esempi come Youtube o Flickr, solo per citare i più conosciuti, sono ormai il pane quotidiano dell’utente medio. Ma l’inesplorato passa per applicazioni on line, che somigliano sempre più ai software da “installare” sul proprio PC.
Insomma, siamo di fronte ad una prospettiva che, da un rapido sguardo agli oltre 12.000 siti cattolici (secondo le ultime stime di www.siticattolici.it), sembra più un esempio di scuola che la realtà.
A 300 soci dell’Associazione (ma le iscrizioni sono sempre aperte), i Webmaster cattolici offriranno una prospettiva nuova. Un corso di 6 mesi, dal titolo “Comunicazione on line e web 2.0”, completamente gratuito e in e-learning, con l’obiettivo, come si legge nella nota ufficiale, di “approfondire le tematiche della comunicazione on line, con particolare riferimento ai siti web, stimolando praticamente il collaborativismo e il riuso delle esperienze e offrendo quindi uno sguardo sui temi attuali del web 2.0”.
“Uno spazio particolare in questo ambito – si legge ancora - sarà offerto alle parrocchie perché si confrontino sul piano della cooperazione, dello scambio delle migliori pratiche, della promozione di iniziative ultra territoriali”.
Il corso è sviluppato intorno a 3 macrotemi. Il primo, di carattere introduttivo, affronta le questioni della comunicazione mediata dal computer (CMC): caratteristiche e gestione e dell’etica delle comunicazioni in Internet. Il secondo tratta gli aspetti della comunicazione in rapporto alle diverse tipologie di sito, con un focus sui siti parrocchiali. Il terzo è inerente all’evoluzione dei processi e dei mezzi comunicativi, con attenzione particolare ai temi del web 2.0.
A supporto di questi contenuti, sono previste attività collaborative e seminari on line finalizzati all’analisi e alla sperimentazione di nuove pratiche e strumenti. Il percorso didattico è arricchito da incontri di eccellenza, con autorevoli esperti del settore o docenti universitari, con seminari, eventi live e focus group.
Tra i docenti del corso, soprattutto esperti di new media e accademici, si segnalano il professor Adriano Fabris, ordinario di “Filosofia morale”,“Filosofia delle religioni”, “Etica” e “Etica della comunicazione” all'Università di Pisa, direttore del Master in “Comunicazione pubblica e politica” e del “Centro di ricerche e di servizi sulla comunicazione” della facoltà di lettere e filosofia (CICo), oltre che direttore della rivista "Teoria" e membro della direzione di "Filosofia e Teologia" e il professor Gino Roncaglia, docente di “Informatica applicata alle discipline umanistiche” presso l’Università della Tuscia di Viterbo, autore di innumerevoli pubblicazioni su Internet, e fra i soci fondatori della società E-text S.r.l., che opera nel campo della formazione all’uso degli strumenti informatici e telematici e dell’editoria elettronica, con particolare riferimento a Internet.
Fondamentale, inoltre, sarà il contributo di Xavier Debanne, esperto di processi comunicativi e tecnologie digitali, che dal 2000 cura il sito web ananiainrete.it. Quello del “web 2.0” è in realtà il secondo step di un percorso iniziato lo scorso anno con il primo corso on line e in e-learning “Creare un sito cattolico per il web”, e si inserisce e arricchisce naturalmente quell’iter formativo.
Tuttavia per partecipare a questo corso non sono previsti particolari prerequisiti, se non una familiarità con l’uso del pc e dei principali strumenti di interazione in rete (posta elettronica, forum, chat …), e il possesso di sistema operativo windows Xp e browser Explorer 6.0 o superiore. È invece indispensabile la connessione ADSL. Le iscrizioni sono già aperte e seguiranno l’esclusivo iter cronologico.
A coloro che avranno partecipato in modo assiduo e con impegno, sarà rilasciato un attestato di frequenza. Agli studenti che conseguiranno anche una valutazione positiva di tutte le attività svolte, sarà consegnato un attestato di partecipazione al programma formativo WeCa.
Fonte: www.korazym.org
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Le ragioni della stima di un brand da parte del pubblico sono difficilmente codificabili, ma facilmente percepibili dal consumatore.
Reputazione. Un termine desueto, che parla invece di futuro. Per essere brand, di distribuzione o di prodotto, è la reputazione che conta. La nuova definizione viene da lontano. È il punto di vista del consumatore, della gente. Fuori dagli schemi accademici o dai libri di marketing. Legata al sentire, al sentirsi bene e in sintonia, più che al ritrovarsi solo su elementi materiali.
Differenti, ma vincenti
Nel fashion tutto ciò è molto chiaro. Zara, Zegna, Gucci: tre reputazioni differenti. Tutte vincenti, ma fortemente differenziate. Le leve di marketing tradizionali non bastano: campagne marketing, investimenti, market research rimangono certamente attività fondamentali. Ma sono sempre più strumentali all'unico obiettivo: il cliente. E il cliente cambia, non è più segmentato, ma frammentato. Non viene più profilato da definizioni ex ante, ma da comportamenti correlabili spesso solo ex post. Lo stesso avviene nella grande distribuzione. Tre esempi. Esselunga, Coop, Carrefour. Non sono diversi solo il layout, la gamma prodotti, il prezzo, i servizi. Cambia tra i marchi-insegna qualcosa di più profondo, difficilmente codificabile a priori, ma facilmente percepibile dalle antenne della gente. Essere reputati affidabili, seri, o, all'opposto, non credibili. Avere una reputazione. Difendere una reputazione. Si ricrea il legame tra fatto economico e natura umana. Ma se la reputazione è il sogno delle aziende, è anche il loro incubo. Perché non è pianificabile. È come l'acqua, che si diffonde e, iniziata una discesa, non la fermi.
Il motore di sviluppo
Nelle reti distributive la reputation diventa motore di sviluppo ancora più potente in quanto legata a un ambiente e a un luogo. Il nuovo marketing della distribuzione va oltre i modelli formali e fisici. Spazia sul sentire. Che resta un terreno minato, ma forse il più fertile del futuro. Fuori da schemi rigidi. Luogo di ascolto e di relazione, spazio di coinvolgimento, più che di convincimento. Con analogie con il mondo del web 2.0: la reputazione di un sito fa il suo successo, va costruito con tenacia, guardando al dentro, più che al fuori, insieme come un blog.
Le 5 parole chiave del processo
Come costruirsi la propria reputazione? Difficile farlo a priori, più facile vederlo ex post. I casi di “excellent reputation” sono basati su processi anomali, ma che, visti dall'alto, hanno punti di snodo spesso simili, sintetizzabili in 5 key word.
• Punto di vista. Avere un proprio punto di vista. Personale. Il mio punto di vista: non tanto del business, ma della vita e del mondo. Chiaro, comunicato nei fatti, non mediante proclami o mission astratte. Alcuni esempi: Diesel, Lego, Amazon, Gucci.
• Approccio. Mai aggressivo. La gente si riconosce e mi cerca. Tramontano le politiche push anni '70, si afferma il passaparola - word of mouth - per dilagare oltre i confini immaginati. Esempi: Flicker, Asmallworld, Linkedin, ma anche Apple o Abercrombie&Fitch.
• Fiducia. La reputazione è delicata come un guscio d'uovo: non regge a furbizie. Si costruisce sulla capacità di generare fiducia, di non disattendere mai promesse o aspettative. Di accogliere. Per le aziende come per le persone. Esempi: Apple, Ikea.
• Coerenza. La reputazione è un percorso. L'attenzione ai dettagli, quasi un fatto artistico, un impegno che diventa business. O viceversa. Esempi: Media World, Gap, Unilever-Dove.
• Vantaggi. Il condividere lo stesso punto di vista porta vantaggi. Crea appagamento, ritrovamento, solidarietà. Un vantaggio ben superiore ai vantaggi economici. E, per questo, più profondo e duraturo. Esempi: tutti noi (quando ci ritroviamo in un brand).
Fonte: www.b2b24.ilsole24ore.com
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Il nuovo servizio, utilizzabile da ieri con alcuni palmari costruiti da RIM, applica il riconoscimento vocale alle ricerche web e potrà raggiungere 600 milioni di potenziali utenti.
Per effettuare ricerche web su smartphone ora basta la voce. È questo l'ultimo traguardo messo a segno da Yahoo! nella sfida tecnologica con gli altri motori di ricerca.
Il nuovo servizio si chiama OneSearch ed è utilizzabile con alcuni palmari RIM, anche se prossimamente sarà applicabile anche su altri smartphone.
L'obiettivo è quello di offrire agli utenti mobili, soprattutto ai professionisti, un mezzo per utilizzare al meglio le risorse web, senza l'obbligo di memorizzare liste di comandi o di cambiare il normale modo di parlare.
In pratica, lo strumento di ricerca pensato per il cellulare consente di trovare tutte le risposte più aggiornate e utili, come le quotazioni di Borsa. In più, OneSearch intuisce automaticamente cosa l'utente desidera e memorizza la sua posizione, offrendo risposte pertinenti al luogo in cui si trova. Fornisce poi i risultati su un'unica pagina, comodamente raggruppati per categorie, facilitando al massimo il reperimento delle informazioni ricercate.
I fornitori di contenuti in rete e altri operatori possono personalizzare la presentazione dei contenuti sui palmari degli utenti.
Nello sviluppare il servizio, Yahoo! ha scelto come partner vlingo, azienda specializzata nel riconoscimento vocale e impegnata in un rapporto di cofinanziamento alla ricerca e utilizzo esclusivo delle tecnologie.
A un anno di distanza dalla presentazione di OneSearch, Yahoo! ha stretto accordi con 29 carrier, per un totale di 600 milioni di potenziali utenti.
Il prossimo scoglio da superare sarà l'adattamento del sistema con lingue differenti dall'inglese.
Fonte: www.pmi.it
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In un post apparso su Search Engine War, viene illustrato come, col passare degli anni, gli utenti abbiano usato sempre meno termini generici nelle query relative ai viaggi. L’analisi è stata condotta utilizzando Google Trends e sono stati usati i termini holidays, flights e hotels.
Ho provato a verificare se la situazione è simile anche nel mercato italiano, provando con alcune query.
Sicuramente i grafici confermano il fatto che la maggior parte degli utenti dei motori di ricerca ha affinato le tecniche di ricerca, formulando query più lunghe ed elaborate rispetto al passato ed in molti casi, dirigendosi direttamente sui principali siti dedicati all’acquisto di soluzioni di viaggio.
Il grafico sottostante mostra infatti il volume di ricerche relativo ad una tipica query navigazionale che ha come obiettivo il sito di un importante operatore del settore turistico.
Fonte: www.motoricerca.net
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